mercoledì 8 giugno 2011

Racconto. "Il barbiere e l'avvocato"



Quel mercoledì mattina era una giornata nuvolosa nonostante fossimo già a marzo inoltrato. Infuriavano vento e pioggia come in un cupo giorno d’autunno. Ed in tutto questo, per il tornaconto di un barbiere non c’era nulla di buono. Avrei dovuto rinunciare all’aspettativa di un buon incasso, per giunta proprio il mercoledì, chissà per quale strana ragione, le barberie sono sempre stati luoghi poco frequentati. 
Intanto, come prevedevo, assieme al cattivo tempo la mattinata scorreva lenta e senza vedere neppure l’ombra di un cliente, neanche per una misera rasatura. Così, cercando di colmare le ore vuote e non girarmi i pollici ad aspettare qualche zazzera da sfoltire, iniziai a fare qualche pulizia. Ripulii  tutti i rasoi dopo averli accuratamente affilati passandoli con cautela sulla lingua di cuoio, lavai e divisi tutti i pettini sul bancone da lavoro in ordine d’uso, per prima i più corti e sottili adatti alle sfumature basse, passando poi a quelli a denti larghi per le acconciature più voluminose. Ricolmai le boccette semi vuote di lozione, quindi sbollai dalla confezione nuova la storica brillantina “Linetti” smistandola sulle varie tolette richiesta dei clienti più virtuosi ed esigenti. In ultimo spazzai scrupolosamente in ogni angolo del salone, anche il più nascosto, quindi spolverai ogni ripiano rimasto impolverato.
Attorno all’una avevo praticamente finito, non c’era da far altro che sedermi e sperare in qualcuno che approfittasse della pausa pranzo per far ordine in testa. Difatti, poco prima dell’orario di chiusura si affacciò finalmente il  primo cliente della giornata.
Si trattava di un nuovo cliente, un signore mai visto prima. Pensai ad un cliente di passaggio, uno di quelli che vedi una sola volta e poi non li rivedi mai più. Una circostanza questa che capita solo in alcuni quartieri della città come questo, dove magari ci si viene una sola volta per un appuntamento in uno studio legale, o per passare una visita specialistica, o semplicemente per deporre in un’udienza in tribunale, tutti luoghi questi, in prossimità del mio salone. Era un uomo dall’aspetto imponente, alto quasi due metri, vestito in modo elegante, in giacca e cravatta e valigetta al seguito. Osservai sull’occhiello della giacca, spiccava la spilla del Rotary Club, un icona per pochi eletti, appartenenti a categorie professionali  di ottima reputazione, generalmente conferito a quelle  persone che esercitano un'attività o una professione altamente stimata, nonché, persone con particolari meriti culturali. Aveva una zazzera di capelli foltissimi neri come la pece ad eccezione delle tempie, dove iniziavano timidamente a fare capolino qualche capello bianco. Ostentava un prezioso cronografo d’oro, unico vero gioiello consentito ad un uomo, come taluni sostengono. Superate le abituali formalità, lo feci accomodare in poltrona. Appena seduto in modo molto risolutivo e sicuro di sé, iniziò a spiegarmi nei dettagli come avrebbe voluto essere servito. Desiderava un taglio di capelli molto corto ad altezza del dorso del pettine, la sfumatura alta tre, quattro centimetri sopra il colletto della camicia, le basette corte, ma non troppo e ben assottigliate. Desiderava inoltre che dopo il taglio gli facessi una sola passata di shampoo antiforfora, quindi, mi chiese  una lozione, a patto che non fosse ne troppo alcolica, ne troppo profumata. Sapeva il fatto suo. Uno di quei personaggi che in altri contesti più spicci verrebbe chiamato un rompiscatole. 
Pertanto, una volta avvolto da una mantella fresca di bucato, silenzioso iniziai il mio lavoro mentre lui senza mai staccare lo sguardo dalla sua immagine riflessa allo specchio, osservava con attenzione ogni  mio movimento. Certamente era un tipo di poche parole, ed io lo assecondai rimanendo a bocca chiusa.
Ma a metà del mio lavoro interruppe il silenzio e commentò:
<< E’ da molto tempo che fai questo mestiere? >>
<< Praticamente da ragazzino >> risposi, rimanendo colpito dalla curiosa domanda, oltre al fatto che  si rivolse a me dandomi liberamente del tu. Ma sapevo già che in un quartiere come quello, certe libertà potevano capitare, non fosse stato altro per l’avanzata età della clientela, costituita prevalentemente da gente anziana, perlopiù vecchi ufficiali militari in pensione, quindi, seppure in buona fede, pur sempre  abituati a certe distanze gerarchiche. Benché lui, non era certo tra questo genere di persone. 
<< Non hai mai pensato di fare altro? Che so’ ad esempio un lavoro che non ti costringa chiuso dentro quattro mura per tutto quanto il giorno. >> replicò.
Ovviamente lui non poteva immaginare neppure lontanamente, che avevo ripreso a fare il barbiere soltanto da un mese e dopo quasi vent’anni, vestito in giacca e cravatta, proprio come era conciato lui,  equipaggiato della solita valigetta, sempre incollata alle mani come fosse un tatuaggio, sbattendomi poi in lungo e in largo per la città, nell’auspicabile tentativo di vender case da perfetto agente immobiliare quale ero. Ma soprattutto che da circa un ventennio, non avevo più preso tra le mani un paio di forbici, se non in sporadiche circostanze per amici e parenti. Evitai così di dirgli tutto questo, per nulla poteva credere che non fossi più in grado di soddisfarlo. Anzi, risposi flemmatico che non mi era mai passato per la mente fare altro che tagliare capelli e radere barbe, aggiungendo poi, che quel mestiere era sempre stato ciò che avevo sognato di fare fin da ragazzino. Quindi silenzioso proseguii nel mio lavoro.
<< Eppure a mio modo di vedere, talvolta nella vita varrebbe la pena variare le proprie scelte, del resto le stesse che spesso ci vengono imposte da altri, o in qualche modo, da situazioni fuori dal nostro controllo. >>
 La sua ostinata insistenza ora iniziava ad infastidirmi. Sembrava fossi obbligato a dargli ragione per forza, solo perche lui era il cliente ed io colui che per il timore di perderlo come tale, dovessi acconsentire per ogni cosa gli passasse per la mente. Per la verità questa seccante situazione in un certo senso mi era piuttosto familiare, mi sembrava di ricalcare una vecchia storia già vissuta centinaia di volte durante la mia precedente attività di mediatore. Infatti, in passato ogni qual volta che mi capitava di dover andare a discutere l’affidamento di un incarico di vendita, presso lo studio legale incaricato della parte venditrice, non c’era volta in cui non dovessi fare veri e propri salti mortali per arginare i soliti pregiudizi. Tuttavia, capivo bene che la reticenza nei miei riguardi e verso la categoria che rappresentavo, era abbastanza giustificata, non fosse altro per dare un senso alla parcella che il giurista avrebbero poi richiesto. Così, finiva per essere  un continuo sollevare obiezioni per ogni clausola del prestampato, spesso senza alcuna logica, dato che l’argomento della contrattualistica, non era sempre  il campo giuridico che abitualmente trattava l’avvocato di turno incaricato. Così,  il tutto ogni volta si concretizzava con un ribadire il ribadito, o sottoscrivere di pugno ciò che in realtà veniva già citato nel mio contratto, soltanto con una diversa terminologia contrattuale. Come ad esempio la più ricorrente, la clausola inerente l’esclusione da parte della venditrice al pagamento delle provvigioni, che citava esattamente così: “Alla proprietaria andranno € ( X ) al netto di ogni qualsiasi spesa”. Il concetto non lasciava dubbi interpretativi di nessuna sorta, era sufficientemente chiaro che la proprietaria non dovesse pagare nulla, ma tutte le volte per l’avvocato di turno non era così, non andava bene. Bisognava esser più chiari. Quindi, armato di buona pazienza quasi sempre dovevo aggiungere di pugno la solita reiterata pappardella: “ La società X, fa presente sin d’ora la proprietaria non dovrà pagare nessuna commissione in nessun caso a nessun titolo o ragione”. Solo a quel punto, l’avvocato autorizzavano l’assistito a sottoscrivere l’affidamento in esclusiva della casa.
Comunque, per tornare alle sue insistenze, annuii  ma non gli risposi, a quel punto lui forse insoddisfatto del mio mancato commento, rincarò la dose aggiungendo.
<< Non vorrà mica dirmi che neanche su questo è d’accordo? >>   
Riflettei qualche istante prima di aprire bocca, del resto, visti i ruoli che ci dividevano e considerando il tono insistente con il quale mi era stata posta la domanda, era necessaria una risposta, pur facendo bene attenzione che non fosse troppo sgarbata, e al tempo stesso esaustiva, da ciò sarebbe dipeso il rischio di perdere o mantenere un cliente. Non intendevo scalfire la sua suscettibilità.
<< Lei di cosa si occupa? >> Chiesi.
<< Caparbio, rispondere ad una domanda con un’altra domanda, dove l’ha imparato? >>
Commentò sorridendo, aggiungendo poi perplesso, evidentemente perché gli sfuggiva dove volessi andare a parare, ignorando del tutto che certi “giochetti”, come quello di girare le domande per anni erano state per me pane quotidiano.
<< Comunque io sono un avvocato, un avvocato penalista per la precisione. >>
Così  continuai dicendo.
<< In effetti, la sua osservazione mi fa pensare, mi domando quante persone siano davvero pronte a capovolgere le proprie rotte, di certo veri temerari, non saprei chiamarli in un altro modo. Dovessi immaginare qualcuno capace a certe imprese, mi verrebbe in mente proprio una persona come lei, con le sue stesse caratteristiche.>>
Fece un espressione vanitosa, sul viso gli affiorò come per incanto un ghigno colmo di boria. Noncurante proseguii.
<< Per caratteristiche intendo proprio quelle fisiche, immaginerei ad una persona di notevole statura per giunta con una testa fitta di capelli, fronte bassa e spalle larghe, insomma, un po’ come lei. Se permette, vorrei chiederle invece se a lei è mai venuto in mente di capovolgere la sua vita nel tentativo di cambiarne le sue prospettive …? >>
Accennando un sorriso di sufficienza, senza celare una velata smorfia di disappunto, rispose.
<< Obbiettivamente questo è un dettaglio a cui non mi sono mai soffermato a riflettere, la verità è che a me piace fare l’avvocato, si figuri, lo era mio padre, e ancor prima di lui mio nonno, e non mi stupirei se mio figlio facesse altrettanto. Senza alcun dubbio sento di poter dire che la giurisprudenza scorre nelle vene della mia famiglia da intere generazioni. Tuttavia non scarto l’ipotesi che sia impossibile riuscire ad occuparsi d’altro. >>
Assecondai il suo sorriso ed garbatamente gli chiesi.
<<  Tra le tante ipotesi potrebbe esserci anche il mio mestiere, per esempio? >>
Quindi con l’autorevolezza di un professore in cattedra, rispose:
  << Bhè, che significa, c’è una gran bella differenza che divide le due cose, intanto la mia è una professione, per giunta molto complessa, raggiungibile soltanto dopo anni di faticoso studio, teso poi ad ottenere una laurea, requisito indispensabile per sostenere in seguito un complicato esame di stato. Viceversa, il tuo è un mestiere, uno dei tanti, per carità … rispettoso, molto dignitoso, ma pur sempre un mestiere. Senza offesa, ma non credo che per impararlo tu abbia trascorso notti intere sui libri, sbaglio forse? … >>
Con le mie domande avevo di sicuro toccato il suo orgoglio professionale, la sua suscettibilità aveva fatto capolino nel mio delicato tentativo di affiancare i rispettivi lavori, ma non volevo mollare.
<< No di certo, imparare un mestiere non richiede passare notti insonni sui libri, tantomeno una laurea, tuttavia, come in tutti i lavori  se si intende farli nel modo giusto bisogna impegnarsi, intanto rinunciare a tutto quanto il resto, trascorrere poi tanto tempo nelle botteghe ad osservare maestri capaci, ed infine, dopo un lungo apprendistato frequentare vari corsi accademici, sostenere esami teorici e pratici per acquisire infine una “ qualifica professionale” riconosciuta solo dalla Regione, in ultimo, finalmente avere il coraggio e la forza economica di aprire il proprio salone ed iniziare a svolgere la “professione”. Cioè, proprio quello che sto facendo ora con lei.  Insomma come avrà capito, anche un mestiere come questo, uno dei tanti, non richiederà certo nottate di studio, ma non di meno, una grande attenzione ed un infinito spirito di sacrificio. >>
Per tutto il tempo, l’avvocato rimase attento ad ascoltare ogni mia parola, frattanto si era anche tolto dalla faccia quella smorfia di sufficienza, sostituendola con quella di una persona comprensiva e concorde con tutto ciò che gli avevo illustravo. 
<< Bhè allora a questo punto mettiamola così, diciamo pure che siamo entrambi due bravi professionisti nello svolgere le nostre rispettive professioni, che ne pensa, è d’accordo? >>
Intanto avevo quasi ultimato il mio lavoro, e lui intanto era passato dall’arbitrario tu, al riguardoso  lei. 
<< Avvocato,  servito !! … >> dissi, sfoggiando un loquace sorriso, aggiungendo poi.
<<Certo, come potrei non essere d’accordo, tra persone comprensive si parla una sola lingua.>>
Pagò il servizio e ritirò il resto, così gli chiesi  se fosse rimasto soddisfatto del taglio, si passò una mano tra i capelli buttando lo sguardo allo specchio, quindi con tono loquace rispose, 
<<Ma certo che si, del resto mi è bastato poco per rendermi conto della sua competenza, l’ho intuito subito da come si destreggiava con pettine e forbice alla mano, è così chiaro che lei nella vita non abbia fatto altro, se lo lasci dire, io me ne intendo, certi intuiti fanno parte del mio mestiere, lei non potrebbe fare che il barbiere, ma sopratutto complimenti per la rapidità, solitamente a me secca sprecare inutilmente troppo tempo, davvero apprezzabile. Un consiglio … dimentichi tutto quello che le ho detto a riguardo dell’ipotesi di provare a far altro, vista la penuria di bravi artigiani, sarebbe davvero una sciocchezza perdere un bravo barbiere come lei, un errore imperdonabile …>> Ci salutammo cordialmente, in fretta si rimise il paltò ed uscì.
Da allora, non lo rividi mai più.


Racconto "L'autorevole cittadino"



Per mia fortuna, ho sempre ritenuto l’ordine e l’igiene due virtù assolutamente indispensabili, a maggior ragione poi in un salone da barbiere. Due irrinunciabili qualità, in assenza delle quali, ne andrebbe compromessa la reputazione e l’avviamento di qualsiasi attività per giunta poi se abbia a che fare con il pubblico. Ricordo che tanti anni prima di divenire titolare del mio attuale salone, ero stato assunto giovanissimo, come apprendista presso una famosa barberia del centro, precisamente in via dei Serpenti, a pochi passi da via Nazionale, tra il Colosseo ed il Quirinale. Ero stato scelto fra tanti apprendisti per fare poco più del “ragazzo spazzola” una figura allora abbastanza ricorrente nelle botteghe da barbiere di un tempo, ora praticamente sparita del tutto. Mio malgrado, nonostante fossi già capace di radere e tagliare capelli, in un negozio di quel livello non potevo certo dimostrarlo, prima di mettere le mani su un cliente bisognava fare gavetta e anche molta. I clienti erano tutt’altro che accomodanti e alquanto esigenti, non si sarebbero mai fidati di uno sbarbatello poco più che diciottenne. Del resto, il tessuto sociale della nuova clientela era totalmente diverso da quello a cui ero abituato io sino ad allora, avevo ancora troppa poca esperienza, per giunta acquisita in saloni di periferia. Dovevo abituarmi a trattare con un cliché di persone formato perlopiù da alti funzionari della banca d’Italia, noti personaggi dello spettacolo, senza contare poi la quotidiana presenza di autorevoli uomini politici ed affermati parlamentari. Difatti, qualcuno spiritosamente diceva che quel negozio sembrava essere la terza camera dello Stato. Una sorta di transatlantico fuori sede, dove gli avventori  potevano scambiare quattro chiacchiere al sicuro da orecchie indiscrete. Il prestigio di quel salone di bellezza per uomo era noto ovunque e in qualche modo farne parte, mi riempiva d’orgoglioso allora, come ancora adesso.
* **
La permanenza in quell’ambiente mi forgiò a tal punto da divenirne un operaio rifinito di primo livello, sia dal punto di vista tecnico, come pure in quello dell’etica comportamentale. Ancora oggi gran parte del mio bagaglio professionale è attinto dall’esperienza assorbita tra le mura di quel prestigioso salone. A parte tutto questo, mi rimase sempre in mente un pensiero di quell’anziano principale che ripeteva spesso e volentieri la stessa frase: << Ricordate sempre, un negozio cresce solo quando non ci sono i clienti. >>. Un concetto quello davvero difficile da decifrare, soprattutto perché allora ero alle mie prime armi. All’epoca dovevo per forza capire come fosse possibile un fatto in apparenza così tanto assurdo. Quando lo chiedevo a qualche mio collega mi veniva risposto sempre la stessa cosa: “Domandaglielo” Così un giorno mi feci coraggio e glielo chiesi. Mimmo, era così che si chiamava il principale, ridacchiando sotto i baffi mi fece accomodare accanto a lui, e così iniziò a spiegarmi il perche di quella frase, che a sua volta, gli venne riportata dal suo principale oltre sessant’anni prima. Ebbene la risoluzione era più semplice di quanto pensassi, ossia, secondo quel principio, un negozio andava nutrito e curato proprio come si farebbe nei riguardi di un figlio, e non come molti credono solo con l’incasso di tutti i giorni. Aggiungendo che per quanto possa apparire assurdo, l’incasso era forse l’ultima cosa, prima bisognava  occuparsi di tutto quanto il resto, seppure ovviamente anche quello del guadagno era un elemento da non trascurare. Le sorti di un negozio, diceva, per essere apprezzato e frequentato, bisognava renderlo accogliente, insomma, bisognava curarlo, e in quale momento era possibile farlo se non quando non c’erano clienti? << Quindi >> proseguì, << Come avrai capito, il negozio cresce e ti da molto, soltanto in assenza dei clienti. >>
Ma questo non era l’unica massima del signor Mimmo, spesso ne citava altre, come ad esempio: << Il negozio dà, e la casa toglie. >> oppure << Chi lavora sbaglia, chi non lavora non sbaglia. >>  E via, via molte altre perle di saggezze popolari, a cui forzatamente eravamo tutti tenuti a dare ascolto.
Ma mentre continuava a espormi le ragioni di quel pensiero, una manicure gli si avvicinò e gli disse che era desiderato al telefono per un appuntamento, era la segreteria particolare di colui che all’epoca ricopriva la seconda carica dello stato, il presidente del Senato. Sorridente si alzò e facendomi un’affettuosa scafetta sulla guancia mi disse che il giorno in cui avrei aperto il mio salone,  avrei dovuto far tesoro di quel prezioso consiglio. Da quel giorno tutto mi fu chiaro, aveva davvero ragione lui.
I miei pensieri di colpo furono interrotti dal suono del campanello, difatti un distinto giovanotto in giacca e cravatta era alla porta. Appena aprii, mi mostrò un tesserino dell’arma dei carabinieri, chiedendomi gentilmente se poteva ispezionare il locale. Senza parole, tantomeno senza chiederne le motivazioni, per istinto acconsentii, così lo feci accomodare. Con garbo e discrezione il militare esaminò tutto quello che secondo lui c’era da osservare, anche se sarebbe bastata anche solo uno sguardo, poiché il negozio era tutto li, mi chiese quindi di dare un’occhiata nel retro bottega, come pure nel bagno. A quel punto non capivo più se stavo subendo un controllo amministrativo o qualcosa di più grave vista quella specie di perquisizione, per cui con la sua stessa educazione, ma visibilmente seccato, chiesi cosa stesse accadendo. Scusandosi e rassicurandomi che non stava accadendo nulla, il milite mi informò che stava soltanto osservando delle normali misure di sicurezza, dato che da li a poco avrebbe fatto il suo  arrivo “Il Presidente”.
***
Non capivo a chi facesse riferimento. Ma che per imbarazzo non gli chiesi. In effetti tra i miei clienti di presidenti ne venivano più di qualcuno, ma mai nessuno si era mai sognato di farsi addirittura precedere o scortare dai carabinieri, tanto meno a controllare se tutto fosse a posto. A quel punto non c’erano più dubbi, il presidente a cui si faceva riferimento, non poteva essere altri che un importante uomo politico. Magari proprio il più prestigioso e bene o male sapendo chi viveva nei paraggi del negozio, pensai persino al presidente della Repubblica. Finita l’ispezione, il giovanotto comunicò attraverso un piccolo auricolare posto sotto il polsino della giacca che era tutto ok. Poi fece un cenno all’esterno della vetrina con il pollice della mano sinistra all’insù, ed un attimo dopo altri due carabinieri in borghese si piazzarono ai lati dalla porta del salone, nel frattempo in strada due o tre  macchine blu con  lampeggianti accesi, bloccarono la strada al passaggio di entrambe le direzioni, fu solo allora che sbucò la macchina del presidente, si fermò proprio davanti al negozio da dove ne scesero prima tre uomini della scorta, uno dei quali si diresse spedito ad aprire lo sportello posteriore dov’era appunto seduto l’illustre personaggio, mentre altri uomini senza staccare mai lo sguardo in direzione dei tetti degli edifici antistanti, lo proteggevano,  quindi finalmente entrò.
Non mi ero sbagliato, era proprio un uomo istituzionale. E di che istituzione … Quella mattina il destino volle che il mio salone si ricoprisse del grande onore di mettere le mani nella testa del più titolato rappresentante e primo cittadino della Repubblica Italiana. Per un istante mi venne in mente  Mimmo, il mio vecchio principale, lui si che avrebbe saputo riceverla una simile autorità, mi domandai se io sarei stato  in grado di fare altrettanto. Il locale era pulito ed ordinato come sempre, e questo era già qualcosa a mio vantaggio. In un certo senso Mimmo con i suoi consigli era idealmente li presente accanto a me, e questo mi diede un notevole coraggio. Appena entrò in compagnia dei suoi due angeli custodi, mi tese la mano, proprio come tutti coloro che vengono per la prima volta, quindi garbatamente si presentò, pronunciando nome e cognome, la cosa mi parve buffissima, quasi una burla, chi non conosceva il nome del proprio presidente? Del resto riflettendoci sopra, non poteva di certo dire semplicemente “Buongiorno” e rimanere zitto. Del resto quando un signore fa visita per la prima volta nel salone di un barbiere, si presenta, e ti dice il proprio nome, esattamente proprio come fece lui.
***
Così scambiammo due chiacchiere di cerimonia atte a rompere il ghiaccio reverenziale,  in realtà, per essere più precisi, fu solo lui a parlare, era evidente il mio stato emozionale, quindi forse desiderava che stessi a mio agio. In quei pochi minuti parlammo di cose semplici, mi disse che nei giorni precedenti, passando aveva notato la nuova insegna di BARBIERE intuendo così che la nuova gestione, e che ne aveva apprezzato lo stile dal sapore retrò, tanto ché gli ricordava quella del barbiere del suo paese quando era ancora ragazzino. Mi domandò inoltre se ero sposato o se avessi bambini, poi senza che gli dicessi nulla ne dove, si accomodò da solo proprio sulla mia poltrona di lavoro, una delle tre che sfilavano in serie una dopo l’altra. Un intuito pensai, che evidentemente solo i presidenti della Repubblica posseggono. Non appena adagiato, uno dei carabinieri gli passo il telefono che intanto squillava già da un pezzo, conversò per circa cinque minuti, ma benché per educazione mi allontanai, capii  che aveva poco tempo, giusto il lasso di una rasatura, difatti terminata la comunicazione mi chiese solo di raderlo, e fargli un paio di panni caldi,  che sarebbe poi passato in seguito per un taglio di capelli. Avevo raggiunto così un piccolo record, ossia, senza averlo neppure sfiorato, capii che sarebbe stato mio cliente per una seconda volta.
Aveva la barba lunga di un giorno, l’osservai bene prima cercando di capire le varie direzioni del pelo, non potevo permettermi neppure una lieve sgranatura. Di certo non era affatto una barba semplice da radere, appena sotto il mento aveva tre vortici che giravano su loro stessi come mulinelli, certamente difficili da rasare senza correre il rischio di sgranarlo. Gli poggiai un panno di cotone bianco sul petto, quindi gli ricoprii copiosamente il viso di crema al mentolo, presi il pennello dalla vaschetta di acqua bollente ed iniziai così la saponata. Il presidente intanto appariva rilassato con la testa adagiata sul poggiatesta, sembrava un papa, gli occhi socchiusi, sembrava dormisse. Quando poi l’insaponata  fu terminata al punto da sembrare simile ad un’unica grande palla di neve, afferrai il rasoio, lo disinfettai immergendolo nell’apposito barattolo colmo d’alcol etilico, con calma lo aprii ed iniziai a passarlo avanti e indietro sulla coramella, la lunga lingua di cuoio, solo a quel punto con un dito spostai il sapone per un centimetro sotto la basetta destra e ci poggiai sopra la lama affilata. Fu solo allora che il “capo” riaprì appena gli occhi  e mi fece una confidenziale strizzatina d’occhio come a dire “ mi raccomando giovanotto, ricordati bene chi ha sotto i ferri” gli risposi con un sorriso d’intesa. Richiuse gli occhi continuando buono, buono a fare il cliente. Cominciai così a far scorrere  lentamente la lama leggermente reclinata per tutta la guancia fino all’angolo della bocca senza fermarmi. Ripulito il rasoio su un apposito pezzetto di carta, poggiai nuovamente l’affilato arnese sotto il pomo d’Adamo del presidente, e con consumata sicurezza, tirai su dritto tutto di un colpo fin sotto la base del mento. A quel gesto percepii uno dei suoi angeli custodi deglutire nervosamente, mi voltai e abbozzando un sorriso con una strizzatina dell’occhio lo rassicurai. Ma lui serioso non contraccambiò. Finii prima del previsto, passando poi una mano in contropelo, non avvertii neanche l’ombra del gracchio di un pelo, tanto che non fu necessaria una seconda passata. Poi una volta tamburellato il viso con  colpetti veloci delle mani per far assorbire bene la crema dopobarba, solo a quel punto lo destai. Intanto, l’inusuale trambusto fatto in strada poco prima, doveva aver sollevato la curiosità del vicinato, dato che notai qualcuno che iniziava far su e giù per il marciapiede antistante il negozio, allungando il collo nel tentativo di capire chi stessi servendo. Ci fu addirittura qualcuno che azzardò, nel tentativo di entrare, ma fu del tutto inutile, dato che gli uomini piazzati sulla porta, dopo aver mostrato loro il tesserino e date brevi spiegazioni, non facevano oltrepassare nessuno. Il presidente abituato a certe circostanze evidentemente intuì il disagio, cosicché quando feci un gesto rivolto ad un cliente come per dirgli di ripassare più tardi, si rammaricò, dicendomi che il tutto non dipendeva da lui, anzi, che se avesse potuto, avrebbe fatto volentieri a meno di quel protocollo tanto seccante, ma disgraziatamente indispensabile. A termine del servizio gli passai ancora due panni caldi, quindi, lo misi in congedo. Soddisfatto, senza neppure toccarsi il viso, si alzò apparentemente soddisfatto, anche se ero certo che, verosimilmente i suoi pensieri era in tutt’altro luogo forche li a pensare al mio servizio.
***
Una volta  indossato il paltò e messosi  il cappello,  con mia grande sorpresa, si consumò in elogi circa la mia rapidità e la leggerezza della mia mano, << Una vera piuma .. >> disse,  aggiungendo poi << Per altro di pregevolissima maestria >>. Il mio ego era alle stelle, rimasi senza parole a guardare ovunque fuorché la sua faccia, pensai solo di aver fatto una buona cosa  del quale  ne potevo andar fiero. Già mi vedevo in compagnia dei miei colleghi al bar a raccontare il tutto nei minimi particolari, << Ragazzi pago da bere a tutti, da oggi sono il barbiere del presidente della Repubblica …>> Pensai che da quel momento il mio salone poteva dichiararsi un vero salone di prestigio. Ma l’indifferenza dei carabinieri a certi elogi mi faceva intuire che certe cose fossero trite e ritrite. Poi, una volta comunicato all’esterno che sarebbero riusciti nuovamente tutti in strada, si riaccese di nuovo la giostra delle macchine di scorta tutte in fila una davanti all’altra, il blocco della carreggiata, le sirene spiegate e tutto quanto il trambusto di poco prima, quindi ad un cenno di un collega, fugacemente guadagnarono tutti  l’uscita e in un attimo sparirono lasciandomi solo nel negozio.
Ma nell’emozione del tutto, e solo dopo, mi resi conto essermi dimenticato un piccolo e banale dettaglio, erano andati via tutti senza che nessuno mi avesse pagato ... Eppure Mimmo, il mio maestro me lo aveva anche detto,  il danaro è forse l’ultima cosa, ma di certo un elemento da non trascurare …
 Due giorni dopo quell’evento, si presentò a negozio lo stesso carabiniere della volta scorsa, pensai ci risiamo, ora si riaccende il carosello dell’ultima volta, il salone in quel momento era pieno di clienti, servire il presidente in quel momento per me sarebbe stato certamente un problema. Ma lui non entrò neppure, mi allungò una busta con su il fregio della Presidenza della Repubblica, e mi disse << Questo glielo fa avere personalmente il Presidente. Grazie.>> Salutò ed andò via.
All’interno della busta trovai un biglietto di carta rigido di pregevole fattura, dove di lato  in rilievo c’era lo stesso fregio  che appariva  sulla busta, con una dedica scritta di suo pugno e dove si leggeva    “ A Luca con affetto e simpatia … >> e sotto la sua firma. In un attimo rispolverai tutta l’amarezza avuta la volta precedente, pensai così, che quel gesto era infinitamente  più prezioso del mancato danaro, bensì suggellava un attestato di stima e rispetto personale tra me e il mio presidente. Ma rimettendo poi a posto  il cartoncino, mi accorsi che in fondo alla busta c’era  una banconota di cinquanta euro nuova di zecca.
Il mio servizio così era stato onorato.     

Racconto. "Un giorno sbagliato"


Quella mattina in verità non avevo proprio nessuna voglia di lavorare, avrei fatto volentieri a meno di andare a negozio. Piuttosto me ne sarei andato volentieri a zonzo per il centro in compagnia dei miei pensieri senza voler sentire nulla e nessuno. Già da qualche tempo mi ero riproposto di recarmi in una nuova libreria proprio dietro Piazza Santa Maria in Trastevere, ma poi ogni volta capitava che proprio di lunedì, il mio unico giorno di riposo, per un motivo o per un’altro, non trovavo mai un minuto libero per visitarla. Eppure, quella mattina, contrariamente al mio cupo stato d’animo nel cielo splendeva un sole invitante e contro ogni tentazione di cattivo umore, nell’aria aleggiava un clima dolce e primaverile. Era già aprile inoltrato. A peggiorare poi il tutto, come se non fossero già bastati i miei pessimi propositi, da sotto la serranda facevano capolino due fatture commerciali, pensai subito che quel martedì fosse una giornata da dimenticare, neanche era iniziata, ma già sembrava destinata a proseguire nel peggiore dei modi. La settimana prima a negozio era stata una battaglia, un lavoro intenso e faticoso, nonostante il fine settimana non mi sentivo per niente riposato, provenivo da una maratona senza sosta, un servizio dietro l’altro senza un attimo di tregua dal martedì al sabato. Per non parlare poi della nottata, trascorsa sul divano a discapito della mia schiena, come oramai accadeva da oltre un anno, mentre mia moglie dormiva beatamente per cavoli suoi, in quella che un tempo era stata la nostra camera da letto.
***
Decisi così di pensare ad altro, non volevo rovinare ulteriormente quella che speravo si tramutasse come per magia in una tranquilla settimana di lavoro. Ma oramai la giornata era partita, ed io non potevo fare nulla per fermarla e trasformarla nella maniera in cui  desideravo, quindi, voglioso di farmi un regalo, mi misi l’anima in pace e iniziai così ad essere il solito barbiere accogliente e cordiale di tutti quanti i giorni.
Tagliai i capelli ad un paio di clienti.
Il primo avventore non appena fece il suo ingresso, bofonchiò appena un saluto, sembrava preso da una irrefrenabile bisogno di conversare di calcio, nonostante le partite a cui faceva riferimento fossero terminate la domenica della settimana prima. Bisogna sapere che nel mio mestiere, capita spesso che alcuni clienti trovino abituale chiacchierare di sport trovandosi seduto sulla poltrona del proprio barbiere, come pure spesso accade che ti raccontino barzellette dai risvolti piccanti e maliziosi, quasi come fosse un luogo comune e senza che a nessuno passi minimamente per la mente, che chi ti cura i capelli o ti rada la barba, possa infischiarsene totalmente della Lazio, della Roma, di calci di rigore negati piuttosto che di arbitraggi di parte. Per l’appunto, uno di questi ero proprio io. Francamente il calcio non mi ha mai appassionato, nonostante gli innumerevoli sforzi da parte di mio padre, che sin da ragazzino seguitava a condurmi allo stadio per sostenere la sua squadra del cuore, ma purtroppo per lui, furono tutti tentativi fallimentari e ben presto abortiti nel nulla più totale. Ricordo  ogni volta che andavamo per quasi tutta quanta la partita, non facevo altro che chiedergli quando ce ne saremmo tornati a casa, continuando poi a guardare ovunque, forche’ verso il rettangolo di gioco. Quando poi una domenica subito dopo pranzo, preparandosi per andare allo stadio mi lasciò a casa con la mamma, capii per mia fortuna che si era rassegnato una volta per tutte all’idea che potessi entusiasmarmi a quello sport. Ero salvo.
E così, mentre tentavo faticosamente di uscire fuori da una sfumatura abbastanza complicata tra due fitte vertigini, il tizio  continuava incessantemente ad agitarsi, gesticolando come un vigile urbano al centro di Piazza Venezia, nel tentativo di volermi far capire le ragioni di un goal negato alla sua squadra, a causa di un fuori gioco inesistente segnalato dall’arbitro, una decisione pare, che ne avrebbe compromesso la corsa al campionato. Ma nonostante gli  sforzi e le mie ripetute richieste di non muoversi, non ci fu nulla da fare, così alla fine,  purtroppo ai danni della sua immagine, mi resi conto che non ne uscì fuori un buon lavoro, quindi per farlo felice concordai le sue tesi, pensando che  sarebbe stato miglio se la svista di quell’arbitro non ci fosse mai stata ... Comunque, terminato il servizio, lui continuando imperterrito a supporre teorie e previsioni catastrofiche, senza neppure guardarsi allo specchio, pagò ed uscì senza neanche salutare, continuando a discutere con un  conoscente incontrato casualmente in strada mentre sfortunatamente per lui si trovava a passare per caso davanti al mio salone.
L’altro cliente invece, era un uomo attempato, con una folta criniera di capelli completamente argentei ma forse troppo lunghi rispetto la sua età, legati alla nuca con un nastrino rosso, dal quale sbucava  un ridicolo codino.
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Insomma, un personaggio davvero “alternativo”. Sebbene frequentasse il mio salone da anni, non riuscii mai a capire di cosa si fosse occupato nella vita, faceva trasparire soltanto una profonda cultura generale, ma circa la sua sfera privata, lavoro, famiglia, moglie e figli, lo zero più totale. Sapeva glissare certi argomenti con un’abilità da vero equilibrista. Mentre invece ero informatissimo su tutto ciò che mi raccontava del suo girovagare per il mondo sin da giovanissimo. Lunghi ed avventurosi viaggi per il mondo ed in particolare quelli passati in India, dove ogni volta senza ricordarsene, mi ripeteva sempre quanto lo avesse colpito la povertà della gente e in modo particolare la profonda sporcizia dei luoghi. Mi parlava di interminabili  maratone fatte in compagnia di suoi vecchi compagni di liceo o delle innumerevoli serate a cavallo degli anni “70/80” trascorse nelle vinerie del centro fino a notte fonda, a ragionare di politica in compagnia dei suoi affezionati amici, a suo dire, affermati  pittori o autorevoli scrittori di sinistra, serate che poi inevitabilmente terminavano quasi sempre mezzi sbronzi, ognuno per suo conto, a smorzare i fumi dell’alcol sotto le lenzuola e tra le gambe di qualche bella ragazza dallo stesso loro spirito rivoluzionario.
Quella mattina, dato che eravamo ad un passo dalle elezioni politiche, pensò bene di espormi tutti i suoi dissensi per ciò che aveva sentito dire da alcuni rappresentanti di governo durante una trasmissione televisiva la sera precedente. Nel frattempo entrava un’anziana signora vistosamente affaticata dallo stressante compito di baby setter con due nipotini al seguito, che iniziarono subito a fare le pesti bubboniche. Sei anni il più grande, quattro e mezzo il fratellino più piccolo. Quella mattina avevano voluto portare con loro due fuciletti, quei terribili aggeggi che si illuminano di mille colori,  facendo poi uno schiamazzo infernale da disintegrare l’intero sistema nervoso e capace di far perdere la pazienza persino ad un santo. I ripetuti richiami della nonna non sortivano alcun risultato, i bimbi ignari dei rimproveri seguitavano a scorrazzare su e giù per tutto il negozio, combinandone di tutti i colori, avevano deciso che il mio salone fosse un luogo perfetto per consumare la loro scorribanda a colpi di fucile. In tutto questo intanto, l’ex playboy  trasteverino, cercava di spiegarmi l’imminente catastrofe che poteva verificarsi alla dannata ipotesi che la destra avesse vinto le elezioni e se fosse risalita al governo. Poi, evidentemente disturbato anche lui dalla gran cagnara, si voltò, e rivolto ai due casinisti in erba disse loro con tono deciso, << Allora? Bambini .. volete stare buoni un momento, perbacco!! >> D’incanto i due fratellini si bloccarono, all’unisono corsero intimoriti tra le gonne della nonna senza aprire più bocca, la signora vistosamente risollevata dal richiamo, fece un complice occhiolino al mio cliente, che serio e sorridente si voltò di nuovo verso la sua immagine riflessa allo specchio, proseguendo come un fiume in piena la sua campagna elettorale.
Terminato il lavoro, il dissidente preoccupatissimo per le sorti della nazione, se ne andò  lasciandomi precisi suggerimenti su come comportarmi nell’urna elettorale. Quindi rapate a macchinetta le due pesti, uscii fuori dal salone e in conclusione potei finalmente accendermi una sigaretta, dopo di che me ne andai a pranzo.
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Al rientro della chiusura pomeridiana, ad aspettarmi davanti al negozio c’era una signora con un bambino. La conoscevo bene quella signora, era la moglie di un cliente, un noto avvocato di origini napoletane,  dal quale tempo addietro si separò e poi ne divorziò. Portava il bambino a tagliarsi i capelli  soltanto durante le fasi di luna crescente, una specie di sua fissazione che credo estendesse anche ad un sacco di altre cose, che a suo modo di credere, la cosa sembrava essere molto vantaggiosa. Il piccolo Edoardo, “Dodi”, come lo chiamava lei, era un bimbo tranquillissimo, la volta prima, mentre gli tagliavo i capelli, si era addirittura addormentato sulla poltrona. Il sogno di ogni barbiere. La signora intanto si accomodò sul divano sfogliando una rivista, io iniziai il mio lavoro e venti minuti dopo era già pronto per uscire.
Poco prima di lasciare il negozio, la signora si volta, e mi dice che sarebbe ripassata subito dopo aver accompagnato il bambino a casa dalla tata, senza batter ciglio  risposi che l’avrei aspettata volentieri, pur senza immaginare minimamente il motivo per cui sarebbe dovuta ritornare. E difatti, dopo pochi minuti, la rividi rispuntare dall’angolo della piazza in direzione del salone. Giunta davanti al  negozio ma senza entrarvi, garbatamente mi chiede se fossi capace di accorciarle la frangia. La strana richiesta era legata al fatto  che la sua parrucchiera non poteva farlo, dato che in quei giorni avrebbe partorito,  lasciandola così nel panico per quello che secondo lei era l’unico giorno utile del mese, in cui poteva mettere mani alla sua acconciatura. Seppure non avessi una gran dimestichezza verso le acconciature femminili, le dissi chiaramente che avrei potuto provare a farlo, ma soltanto per una semplice sfoltita, nulla di più. Concorde in tutto a quel punto entrò accomodandosi sulla stessa poltrona dove poco prima era seduto suo figlio. Mi parve così strana la cosa, forse era la prima volta che una persona che non fosse di sesso maschile sedeva sulla mia poltrona di lavoro. Tra l’altro abitualmente non permettevo a nessuno di piazzarcisi seduto, se non per essere usata ovviamente allo scopo  che serve. Come immaginavo, le donne in quella circostanza non sono mai accomodanti quanto gli uomini, difatti pur  trattandosi di una semplice sfoltita, la signora iniziò a darmi mille istruzioni su come fare quello che tuttavia, anche se per soli uomini, era il mio mestiere. Pertanto, con un filo di ironia, feci il giro della poltrona, offrii gli attrezzi alla signora e le dissi: << Per caso preferisce  fare da sola?>> Simpaticamente rispose: << Ok, sto zitta!!>> Non feci neanche in tempo a darle la prima sforbiciata, che suonò il campanello della porta d’ingresso, mi volto e vedo li fuori l’avvocato G; il papà di Edoardo, ex marito della signora. Per un attimo fui preso da un senso di smarrimento, avevo saputo da chiacchiere di quartiere che tra loro non scorreva buon sangue, anzi, sembrava che i loro rapporti fossero limitati unicamente a comunicazioni legali. La signora, scorgendo il marito di riflesso allo specchio, si rannicchiò dietro di me e con un filo di voce mi pregò di non aprire e mandarlo via.
Sempre più convinto, tornai a pensare che, quella mattina anziché aprire il negozio me ne fossi andato a visitare la nuova libreria a Trastevere, non avrei fatto un soldo di danno. A quell’ora sicuramente  anziché tentare di uscire incolume da una situazione imbarazzante come quella che si era andata creando, potevo starmene seduto tranquillamente a pranzo a Campo de Fiori o in qualsiasi altro posto fuorché li dove non volevo stare per nessuna ragione al mondo.
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Pensai che potevo fingere di non aver sentito, ma oramai mi ero voltato, non potevo farlo, ci eravamo già guardati, non era possibile indugiare o lasciarlo aspettare ancora sulla porta. Intanto la signora si era rannicchiata sempre più su se stessa come un riccio nel tentativo di non essere vista. L’avvocato suonò di nuovo, a quel punto non avevo altra scelta che aprire, la mamma di Dodi chiuse gli occhi, aspettando il peggio, seppure non io capivo quale potesse essere mai questo peggio, tutto sommato, mi domandavo quale male ci sarebbe stato? Ma quasi certamente la signora voleva soltanto evitare l’imbarazzo d’incontrarlo o dare spiegazioni che non facessero pensare all’ex marito che la signora  fosse li appositamente, solo per controllarlo o roba del genere. A quel punto le dissi  che non potevo far altro che aprire, ma proprio mentre stavo posando forbici e pettine per dirigermi ad aprire, sentii squillare da fuori il cellulare dell’avvocato, che mi fece segno con la mano di aspettare un attimo allontanandosi così dall’ingresso. Vidi nello sguardo della signora un’espressione di sollievo, alla quale seguì la richiesta di poter andare in bagno, perlomeno fino a che non avessi terminato di servire suo marito. Così si alzò e spari dietro la porta del retro bottega. Terminata la breve telefonata l’avvocato entrò. Fortunatamente non fece alcun cenno al fatto che pochi istanti prima avevo “un cliente” tra le mani. Aveva bisogno di fare solo la barba, il servizio più breve, difatti, pochi minuti dopo era già alla cassa per pagare, ma mentre stava per farlo, mi disse di essere al corrente che nella stessa mattinata sarebbe dovuto passare suo figlio accompagnato dalla mamma per tagliare i capelli. Preso alla sprovvista, con i capelli del figlio ancora a terra, risposi che l’avrei aspettato volentieri, omettendo così la verità, quindi pagò la rasatura e dato che ci si trovava, pensò di  pagare anche il servizio del bambino. Gli diedi il resto, lui rimise in tasca il portafogli e stringendomi la mano mi augurò buona giornata, poi finalmente lasciò il negozio ed uscì.
Soltanto dopo che lo vidi  allontanarsi in macchina, dissi alla signora che sarebbe potuta uscire allo scoperto. Aveva ancora la mantellina sulle spalle ed la faccia piena di imbarazzo, non finì più di ringraziarmi sperando che avessi capito da quale disagio l’avessi sollevata. A quel punto la rifeci accomodare e terminai così il lavoro interrotto poco prima. Quando fu il momento di pagare, oramai rilassata per lo scampato pericolo, sorridente mi dice che il servizio potevo considerarlo pagato con i soldi che aveva lasciato suo marito poco prima per il figlio, aggiungendo inoltre, che quella cosa gli avrebbe procurato un gusto  inimmaginabile. Soddisfatta del mio lavoro, uscì ribadendo che sapeva di non sbagliare facendo riferimento alle sue teorie astrofisiche, ossia che quello era davvero il giorno più vantaggioso per tagliarsi i capelli.
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Ma è proprio vero … il diavolo fa le pentole  e non i  coperchi. Proprio mentre la signora afferrava la maniglia per uscire, all’unisono da fuori l’avvocato G. faceva per rientrare a riprendersi il  giornale dimenticato a negozio. Si guardarono negli occhi entrambi con le mani sulle maniglie opposte, il gelo … lui le chiese con tono sospettoso dove fosse Edoardo dato che non era con lei. Furba la signora senza scomporsi minimamente, rispose di essere passata da me soltanto per pagare il taglio e che poi Edoardo sarebbe passato accompagnato dalla tata. L’avvocato se la bevve, era abbastanza credibile come scusa. Io rimasi come uno stoccafisso, non sapevo cosa dire, l’avvocato mi guardò, e con tono seccato mi dice che siccome il taglio del bambino era stato pagato due volte, da lui e dalla moglie, dovevo restituirgli i soldi sborsati prima. Cosa che feci immediatamente, scusandomi con lui per essermi dimenticato di dirlo alla signora solo perché distratto da una telefonata di mia moglie. Per buona sorte credo bevve anche questa, poi rivolto alla sua ex moglie, le disse che doveva parlarle di una certa questione, quindi la invitò al bar per un caffè. Così, entrambi mi salutarono e si allontanarono insieme verso il bar.
Le donne … l’astrofisica … la vanità … cose dell’altro mondo e che mai capirò.                  
          

Racconto. "Giustizia è fatta"


Oramai con l’avvento della bella stagione iniziava a far caldo sul serio, a negozio poi, a causa dei fohn lo si avvertiva ancora di più. Il brusio delle cicale era diventata oramai una consuetudine. Con il bel tempo le abitudini della clientela avevano preso una piega diversa dal solito. Data la nota geriatria del quartiere, sin dall’ora di pranzo non circolava più nessuno fino a pomeriggio inoltrato. Attorno a mezzogiorno poi, il sole girando iniziava a battere come un martello pneumatico dritto sulla vetrina rendendo così l’ambiente simile ad un forno. La settimana prima, un anziano cliente a causa del gran caldo aveva  accusato un malore, sfiorando quasi un collasso. Mio malgrado, non potevo fare nulla per evitare quella complicata situazione. Mentre invece nel marciapiede di fronte, mentre io cominciavo ad boccheggiare dal caldo, i miei dirimpettai godevano dell’ombra dei palazzi circostanti, provavo una rabbia da non potersi raccontare. Così presi la sana decisione  di togliere quei due ridicoli ventilatori che avevo piazzato ai lati opposti del salone, pensando di far installare un bell’impianto di aria condizionata. Avrei così di colpo  risolto ogni problema di calura, garantendo ai miei clienti, e a me stesso, giornate fresche e lontane dalla malaugurata e dannata ipotesi di sentirsi male. Cominciai  una ricerca su internet, ma con  grande sorpresa scoprii che ciò che stavo cercando non era affatto un privilegio troppo economico. Finché non contattai un tale di nome Alberto, che a dispetto di tutti quanti gli altri, vantava prezzi notevolmente più bassi. Mi propose per telefono una macchina ad un costo alquanto economico. Rimanemmo che sarebbe passato a negozio per sottopormi un eventuale preventivo ed in seguito, ad installare il tutto per la settimana successiva. Solo per questo avvertivo già meno caldo.
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Ovviamente non potevo far nulla se non prima avessi informato l’amministratore di condominio, il quale mi rispose con un deludente: << Mi faccia pensare un attimo, le darò una risposta appena mi è possibile nella prossima settimana >> Il che, come risposta non mi  parve troppo  soddisfacente, ma ero abituato a certe burocrazie, quindi non mi stupii  più di tanto. Pertanto richiamai il signor Alberto e lo informai  del contrattempo, pregandolo quindi di soprassedere per qualche altro giorno. Nel frattempo, la settimana d’attesa nel silenzio più tombale, divennero due. A metà della terza richiamai. Dall’altra parte mi rispose una signorina informandomi che l’amministratore era fuori Roma per lavoro, e che non sarebbe rientrato prima di dieci giorni. Contrariato e un po’ seccato, la pregai di sollecitare la mia chiamata non appena lo avesse sentito. Così, richiamai di nuovo l’installatore mettendolo al corrente del nuovo imprevisto, lui per niente stupito, e dopo una breve risata di circostanza mi disse che a quel punto, dato che non sembrava esserci più tanta fretta, si impegnava a svolgere un’altro lavoro presso un cliente che finalmente era riuscito a sbrogliare un’annosa matassa burocratica di carattere condominiale. Inquietato dalla notizia iniziò a sorgermi il dubbio che la cosa potesse essere davvero meno semplice di quanto pensassi. Intanto nel salone avevo ripristinato i due ventilatori, in fin dei conti per quanto potessero essere ridicoli, mi avrebbero garantito perlomeno un certo riciclo d’aria. Il sabato successivo fu una giornata caldissima, quasi tropicale, il tasso di umidità aveva raggiunto il novanta per cento, impossibile da resistere, tra i clienti intanto c’era chi mi suggeriva di fare qualcosa per quello che stava divenendo oramai da qualche anno un vero disagio climatico del tutto insopportabile.
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Quasi senza accorgermene era trascorso quasi un mese dalla visita del tecnico, ma dell’amministratore,  nessuna notizia, tantomeno dalla sua segretaria. Iniziai ad irritarmi, era quasi conclusa la prima settimana di luglio, il caldo iniziava a picchiare fin dalle prime ore del mattino. Per il resto tutto taceva, calma piatta. Poi inaspettatamente la mattina del lunedì successivo, chiama al salone la segretaria dell’amministratore per avvertirmi che il dott. G, era stato ricoverato in ospedale a seguito di una brutta caduta dalla moto e che con molta probabilità si sarebbe dovuto operare. In un attimo persi ogni speranza di vedere realizzato il mio progetto riguardo l’aria condizionata nel negozio. Rimasi senza parole, le uniche che fui capace di pronunciare furono quelle di augurargli una pronta guarigione. Quella stessa mattina, neanche a farlo apposta, mi chiamò il signor Alberto per sapere come si sarebbe dovuto regolare, aggiungendo inoltre che se fossimo andati più in la con i  tempi concordati, il preventivo pattuito sarebbe aumentato di un venti per cento in più, a meno che non avessimo eseguito il tutto entro cinque giorni. A quel punto, calcolando i tempi di degenza del sig, G., l’assemblea di condominio per l’autorizzazione dell’impianto, stabilii facilmente che non sarebbe passato meno di un’altro mese e mezzo, saremmo arrivati a settembre inoltrato, quando oramai, l’aria condizionata ci fosse stata o meno, poco importava a nessuno. Mio malgrado dovetti rinunciare.
Qualche tempo dopo alla riapertura dalle vacanze, venne a farmi visita a negozio l’avvocato M., un  affezionato cliente, tra l’altro  inquilino dello stesso stabile dov’è ubicato il mio salone, il quale con religiosa puntualità ogni venti giorni viene a darsi una pulitina a quel po’ di peluria rimastagli appena sopra le orecchie e sul collo. L’avvocato M., vero patito della montagna, non appena  si accomoda in poltrona inizia come fanno quasi tutti i clienti, a raccontarmi  il susseguirsi delle vicende avute in villeggiatura, cercando poi di spiegarmi  le varie differenze che ci corrono tra uno scalatore o un alpinista, una picchetta lunga ed una corta, sistemi di sicurezza alpino, e così via. Tutte cose per altro a me totalmente indifferenti, ma si sa, pur di assecondare il cliente, io mi metto li buono, buono ad ascoltare tutti, tanto il tutto dura  giusto il tempo di un servizio. E così dicendo, mi informa che è di nuovo in partenza per il prossimo ottobre verso le alture di una montagna dal nome impronunciabile, credo in Nepal. Io lo ascoltavo dando un’aria il più possibile interessata alla questione, ma rimango totalmente di stucco quando di colpo mi dice che nel  gruppo in partenza per l’Asia, ci sarebbe aggiunto il nostro amministratore, che a suo dire sembrava essersi rivelato un vero amante della montagna, una sorpresa questa anche per lui, scoperta per puro caso soltanto ad agosto, proprio durante le sue due settimane di vacanze sulle Dolomiti. Eggià, perche li c’era anche l’amministratore, in dolce compagnia della sua segretaria. Tentando di capire meglio fin dove fossi stato preso per i fondelli, chiesi all’avvocato se per caso avesse notato in lui qualche impedimento nei movimenti, accennandogli così di aver avuto notizia di un incidente che l’aveva costretto ad un ricovero in ospedale e ad un probabile intervento chirurgico. A quel punto l’avvocato in risposta scoppiò a ridere dicendomi
<< Ma quale ospedale, quale incidente, tutte diavolerie messe in giro da chissà quale invidioso, glielo avrei voluto far vedere io il nostro amministratore avvinghiato a quel gran pezzo di figliuola, altro che ospedale, stava benissimo, avesse visto come scendeva filato giù per le piste nere, e come si rincorrevano uno dietro l’altra con  la signorina Elisabetta .... >>
***
E così, grazie a quella confidenziale rivelazione, ebbi la prova schiacciante di essere stato imbrogliato, dovendo passare l’intera stagione a boccheggiare non potendo installare quel provvidenziale impianto di aria condizionata, mentre invece, lui era al fresco che se la spassava con la sua segretaria. Per tutto il mese successivo non ebbi più nessuna comunicazione dall’ufficio dell’amministratore, un silenzio cimiteriale, il nulla più totale. Poi un sabato mattina, di buon’ora, eccolo che spunta a negozio munito dalla sua solita faccia di bronzo, veniva a tagliarsi i capelli. Ricordo bene era proprio l’ultimo sabato di settembre, quindi con molta probabilità quel taglio gli era utile per partire diretto al fresco delle temperature asiatiche in compagnia dell’avvocato.
Una volta accomodatosi in poltrona, badando bene di non sfiorare neppure l’argomento lasciato morire nell’aria come nulla fosse due mesi e mezzo prima, mi chiede di dargli una accorciata ai capelli, raccomandandosi di non esagerare dato che, nel luogo dove era diretto faceva molto freddo. Non immaginando minimamente che io sapessi bene per dove, e con chi. Non essendo quella la prima volta che lo servivo, ricordavo bene quanto ci tenesse alla cura della sua chioma, era un clienti fin troppo attento, quasi maniacale, talvolta se qualcosa non lo convinceva, era capace di farmi ritoccare un dettaglio tante volte, fino a che non fosse del tutto persuaso. A differenza di altri clienti, che solitamente mentre li servo leggono il giornale, lui ad esempio non avrebbe mai detto: << Come al solito Luca, faccia lei. >>
Così finalmente do inizio al il mio “lavoro”. Quindi procedo per prima cosa lavandogli la testa, e come al solito, per sua espressa richiesta, mai con un prodotto del salone, bensì con uno suo shampoo particolare, acquistato tassativamente e solo in farmacia, a suo dire miracoloso. Di conseguenza lo avvolgo con una mantellina da taglio intorno al collo, infilo una strisciolina di cotone idrofilo tra la mantellina ed il colletto della camicia, per evitare così che gli si insinuino i capelli tagliuzzati giù per la schiena, ed inizio così in quel certosino cesello artigianale, che lui tanto desidera. A metà dell’opera decido di rompere il ghiaccio, così gli domando se si fosse ristabilito dopo l’incidente avuto in moto, dato che certamente sapeva che ne fossi al corrente, dopo la mia ultima telefonata avuta con la sua segretaria. Senza scomporsi, ne distrarsi un solo istante dai movimenti della mia forbice, mi risponde con tono secco e lapidario << Benone grazie, ma ora mi raccomando, continui, non si distragga. >>   Fu solo a quel punto, proprio dopo quel suo tono così sgarbato e strafottente, che decidesi di mettere in pratica la mia algida vendetta. Bisogna sapere che il signor G., ogni volta a termine del mio servizio, poco prima di alzarsi, come ultimo ritocco, quasi una firma all’opera, desiderava che gli passassi la macchinetta a zero, senza rialzo, per tutta l’attaccatura della fronte, da basetta a basetta, questo per estirpare quei pochi e sparuti capelli spezzati e senza controllo, posti appunto proprio all’attaccatura frontale. Fu a quel punto che afferrai la macchinetta, ci soffiai sopra, volteggiai la rotellina del regolatore fin sullo zero, quindi una volta avviata l’appoggiai proprio al centro della sua fronte. A quel punto, nel piegarmi in avanti allo scopo di veder meglio, simulo di perdere l'equilibrio, come in realtà qualche volta capita pestando qualche ciocca di capelli a terra, e perdendo così inevitabilmente l’equilibrio, gli cado quasi in braccio. Lui per istinto, cercò goffamente di sostenermi, ma non ce ne fu bisogno, con un gesto repentino, mi rimisi subito dritto in piedi. Ma soltanto un istante dopo, entrambi constatammo di riflesso allo specchio, il disastro che la maldestra manovra  “malauguratamente” aveva causato sulla sua bella e fluente chioma.   
***
Ebbene, giusto al centro della fronte, gli correva dritta come un’autostrada, fin quasi in cima alla testa, un profondo solco rasato a pelle, lungo circa dieci centimetri e largo quattro. Ciò che accadde fu molto semplice, per quanto disastroso. “Perdendo l’equilibrio”, la mano che reggeva la macchinetta a pieni giri, se ne andò per conto proprio senza controllo, lasciandogli così la testa simile a quella di un pagliaccio da circo, a rendere completa l’opera, mancava soltanto un palla rossa al centro della faccia al posto del naso. Rimase impietrito con un’espressione sbigottita e senza parole. Continuava a guardarsi allo specchio, con gli occhi fuori dalle orbite e la bocca spalancata. In effetti c’era ben poco da dire. A quel punto, per porre rimedio, c’era un’unica soluzione da seguire. L’unica possibile. Tosarlo come una pecora … Non ho mai capito se intuì il gesto volontario, sta di fatto che quel sabato mattina dovetti raparlo al pari di una boccia da biliardo, ma tutto sommato,  per sua fortuna, avendo una testa abbastanza regolare, la boccia non gli stava neppure troppo male. Comunque alla fine,  senza troppo ortodossia, Giustizia era fatta.     
   
    

Racconto. "La telefonata"


Il Natale era alle porte, ancora dieci giorni e avremmo tutti festeggiato il felice evento con i propri affetti come suggerisce il detto popolare, “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”. Il lavoro era notevolmente aumentato, ad eccezione che nell’orario di pranzo, dove la gente se ne stava più comodamente chiusa al calduccio della propria dimora piuttosto che uscire per andare a farsi tagliare i capelli. Fu proprio in quei giorni, attorno all’ora di pranzo, come sua abitudine, che venne a trovarmi il dott. Giuliano C. uno stimato ricercatore medico, noto per aver scoperto qualche anno prima, assieme alla sua equipe, un rivoluzionario metodo contro una devastante malattia del sangue. Il solo pensiero che un prestigioso luminare come lui fosse tra i miei cliente mi colmava d’orgoglio, non potendo fare a meno di pensare che grazie al suo sapiente lavoro, tanta gente continuava ancora a sopravvivere. 
Il dottor C. era un ometto non più alto di un metro e sessanta, smilzo, con un paio di occhiali spessi come il fondo di un bicchiere da cognac. Una testa fitta di capelli cacio e pepe, drammaticamente ingovernabili e piena di vertigini, per cui ogni volta era opportuno tagliarli molto corti. Il dottore era un uomo dall’aspetto decisamente insignificante, aveva modi così gentili e cortesi e una dose di umiltà, tale da non far pesare assolutamente il suo spessore, dove invece, è quasi naturale trovare in persone di quel calibro, sopraccigli eccessivamente arcuati, un dettaglio che in lui non vidi mai. Una personalità mite e cordiale, una figura dalla quale non ci si aspetterebbe nulla di che, ero certo che sarebbe passato inosservato ovunque ed in ogni circostanza. Perlomeno questo era ciò che affiorava dalle sporadiche visite che faceva nel mio salone all’incirca una volta al mese. Il rito era sempre lo stesso, lo conoscevamo entrambi benissimo, lui entrava, ci stringevamo cordialmente la mano, quindi sommariamente ci informavamo in modo reciproco come andasse il tutto, quindi si sedeva dove già sapeva, e senza chiedere come, io iniziavo il mio lavoro. Quel pomeriggio a differenza di sempre, aveva una certa premura, così mi pregò di fare prima possibile. Accondiscendente alla sua richiesta mi calai in un religioso silenzio, ed iniziai la potatura. Venti minuti dopo era già bello e servito. Senza esitare un attimo, ne guardandosi allo specchio si alzò, l’aiutai come abitualmente faccio con tutti ad infilarsi il paltò, ed era già alla cassa per pagare. Ci facemmo i soliti fugaci saluti, ed uscì.
***
Ripresi così l’abituale riordino del negozio, rimisi a loro posto gli attrezzi, spazzai a terra, lucidai lo specchio e asciugai il lavabo dagli schizzi dello shampoo, quando d’improvviso un’insolita suoneria iniziò a trillare. Mi guardai in giro ma non capivo, non era un suono familiare, quando d’un tratto mi cadde lo sguardo sulla toletta del mio posto di lavoro, e vedo che poggiato accanto al lavandino un cellulare. Nella fretta di uscire il dottore lo aveva dimenticato, guardai istintivamente il display, dove c’era scritto “Laboratorio analisi R.” Per educazione non risposi, mentre continuava a trillare per qualche altro secondo fin quando poi cessò. Il problema che mi posi all’istante era quello di capire come farglielo riavere, in un’agenda nel cassetto della cassa avevo il suo numero, ma purtroppo era quello del cellulare, il che fu del tutto inutile dato che il suo telefonino era li con me. Ero comunque certo che da li a poco se ne sarebbe accorto e che sarebbe certamente sarebbe tornato indietro per riprenderselo. Ma dopo qualche minuto iniziò a squillare nuovamente, sul display la stessa dicitura di poco prima, a questo punto pensai che poteva essere una cosa di una certa urgenza, così mi decisi a rispondere.
<< Pronto?>>
Questo fu tutto ciò che riuscii a dire, non ebbi tempo di aggiungere una sola parola in più che fui praticamente inondato come un fiume in piena da una voce di donna, che con tono sprezzante gridava all’indirizzo del dottore parole che mi fecero sussultare.
<< Giuliano!!! Brutto farabutto, dove sei finito? Sono qui ad aspettarti da oltre quaranta minuti,  ma cosa credi sia un oggetto? Ora basta!! mi hai esaurita … non ce la faccio più, deciditi una buona volta, o stai con me o resti con tua moglie, non sono più disposta ad accettare nessun compromesso, tantomeno a farmi trattare come una pezza da piedi. >>
Basito e  impossibilitato a replicare, la donna dall’altro capo del telefono aggiunse. << Da oggi non mi cercare mai  più, non farmi diventare cattiva Giuliano!! perche se voglio diventarlo lo saprei fare benissimo, quindi o tiri fuori le palle o puoi pure considerami morta!!! Clik…>>
Fine della comunicazione.
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Seppure involontariamente, mi resi conto di essermi infilato in un bel pasticcio. Lo sapevo, non avrei dovuto rispondere. Ora come avrei agito? Mio malgrado ero venuto a conoscenza di fatti  privati sul conto di un cliente. Tuttavia avevo la coscienza pulita, le mie intenzioni erano tutt’altro che malevole, non potevo di certo immaginare nulla di simile. Il dilemma che mi si presentava adesso era: svuotare il sacco con il dott. C., oppure fingere di non sapere nulla ed ignorare il tutto? Sta di fatto che, una sola cosa mi era chiara come il sole, e cioè, colui che credevo essere un individuo mite ed inoffensivo, si era rivelato essere una specie di dottor Jekyll e mister Hyde. Dietro quello sguardo così mesto, nascosto dietro quelle spesse lenti da secchione, si rifugiava una persona infedele alla stregua di un traditore. La stima che sino ad allora nutrivo per l’uomo, di colpo scese a capofitto fin sotto la suole delle scarpe. Fu solo allora che decisi di non tenere nascosto nulla, non appena fosse tornato a riprendersi il telefono gli avrei esposto l’accaduto.
Frattanto il telefono squillò altre due volte, nella prima chiamata era indicato un numero di rete fissa, segno evidente che chiunque fosse, non era memorizzato nella lista della rubrica telefonica. Nella seconda telefonata invece, il display appariva il volto di una donna, e in basso un nome, “Carla”, pensai subito si trattasse di sua moglie. Intanto si erano fatte le tre del pomeriggio, ma del dottor C. neppure l’ombra, al suo posto invece iniziò ad arrivare qualche cliente. Ma quando oramai non ci pensavo più, attraverso la vetrina, da lontano, lo vedo arrivare a passo lento era proprio lui, il dottor C., il quale una volta entrato, come sospettavo, mi dice di essere passato per riprendersi il telefonino. Ma mentre faccio per andare verso la cassa a prenderlo, mi stoppa dicendo di non avere alcuna fretta, e che poteva tranquillamente aspettare che finissi il servizio in cui ero impegnato. Notai dal tono con cui mi fu fatta la richiesta, che secondo lui non c’era il benché minimo dubbio che non fosse li, proprio come se in qualche modo lo sapesse già, evidentemente aveva già parlato con la donna che lo aveva insultato qualche ora prima. Una volta rimasti soli, con un certo imbarazzo mi dice di dovermi delle scuse a causa dell’imprevisto disagio a cui in qualche modo avevo dovuto partecipare. Preso alla sprovvista risposi la cosa più banale che mi balenò per la testa. << Che vuole dottore, sono cose che capitano … >>  
<< Chissà quali strane idee si sarà fatto sul mio conto >> rispose, abbozzando un leggero sorriso. Dopo tanto tempo era la prima volta che affrontavamo un argomento che non fosse quello di pura cronaca come solitamente capita tra un cliente ed il suo barbiere, la cosa mi sembrò stranissima e mi gettò nel più profondo imbarazzo, arrivando persino ad avvertire il viso infuocarsi e farsi rosso.
Quindi, sempre più flemmatico aggiunse << Tuttavia credo sia giusto darle delle spiegazioni, in primo luogo per l’incomodo che si è preso a causa della mia stupida dimenticanza, ed in ultimo a salvaguardia della mia immagine nei suoi confronti, cosa a cui tengo di più in quanto non vorrei venisse rovinata, tantomeno messa in discussione in alcun modo per un banale equivoco provocato dal gesto irresponsabile di una mia collega di laboratorio. >>
Iniziavo a non capire più nulla, ma lui proseguì aggiungendo:
<< La persona che l’ha contattata stamattina è una mia collaboratrice di laboratorio, che per sua sfortuna od incoscienza, ha stretto una relazione sentimentale con un uomo sposato, un farabutto che non fa altro che sfruttarla continuamente approfittandosi di lei in ogni modo e maniera. Appurato ciò, deve sapere che questo indegno individuo porta il mio stesso nome, Giuliano, difatti la telefonata che lei ha sentito, non era diretta a me, ma bensì a lui, difatti, stamattina la signorina al culmine della sopportazione ed in preda ad una crisi d’ira a seguito dell’ennesima prepotenza subita, lo ha chiamato per dirgliene quattro come meglio se la sentiva, ma erroneamente ha pigiato invio al primo Giuliano che le è apparso sulla rubrica del display, senza badare però, che quel “Giuliano” corrispondeva al mio numero e non al suo. >>
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Dovevo credergli? Non lo so, sta di fatto che seppure non fosse stata la verità, quelli che avevo sentito non erano di certo fatti miei. C’era comunque da dire che così come l’aveva imbastita, era una spiegazione abbastanza plausibile, ci pensai su un attimo, ma dopo poco finii per convincermene del tutto. Appurato l’equivoco ci salutammo con la stessa cordialità di sempre come se nulla fosse accaduto ed uscì. Aspettai che fosse lontano dal negozio, spazzai quel po’ di capelli rimasti a terra e così facendo mi concessi una breve pausa per un caffè al bar. Attaccai alla vetrina il cartellino del “Torno Subito” e mi diressi di corsa sul marciapiede di fronte. Una volta entrato nella caffetteria e ordinato un caffè macchiato, faccio per girarmi e chi ti vedo poggiato al bancone ad un paio di clienti più in la? Proprio lui, il dottor C. tutto preso in una fitta conversazione al telefono, mentre nervosamente roteava il cucchiaino nella tazzina del caffè.
<< Rita, ti ripeto, è tutto a posto, non farti prendere dall’ansia, la cosa è sotto controllo credimi, ti dico che se l’è bevuta, non insistere, e non ti preoccupare, ho chiarito tutto, ti ripeto che non ha alcun legame con mia moglie, è solo il mio barbiere, figurati … Carla neppure la conosce. Tu piuttosto  mi raccomando, non cadere più in certi errori, stavi per provocare un bordello. Piuttosto, prima mi ha chiamato mia moglie, stasera dobbiamo partire per la Toscana, ma ti prometto che stavolta al rientro dalle vacanze ci parlerò una volta per tutte, giuro … Dai, ci vediamo più tardi tesoro, ti mando un bacio amore …>>
Interruppe così la comunicazione, poi mentre stava per uscire mi passò davanti quasi sfiorandomi a meno di un centimetro e senza neanche accorgersi che gli ero di fronte. E così, il mite dottorino … A volte basta una solo una telefonata per capire chi in realtà si rifugia nei panni di chi ti sembra la persona più insignificante ed innocua di questo mondo. Un farabutto, proprio come lo chiamò lui stesso.

Racconto. "Il falso barbiere"


Oramai dopo circa un anno che avevo rilevato il salone di acconciatore per uomo, era giunto il momento di assumere un aiutante. A piccoli passi l’attività stava crescendo e da solo iniziavo ad avere qualche difficoltà. Il che, la cosa avrebbe dovuto rendermi felice. Gli affari crescevano di settimana in settimana, mese dopo mese i risultati di tanti sacrifici iniziavano finalmente a dare i loro frutti. Del resto il mio commercialista era stato chiarissimo, “ Finché puoi, all’inizio tira avanti da solo, non assumere nessuno, fallo soltanto quando ti accorgi di non farcela più fisicamente altrimenti perderai tutti gli sgravi fiscali di cui adesso puoi beneficiare.”. Fu così che presi la decisione di assumere un dipendente. Difatti, da qualche settimana alcuni clienti per la poca costanza di attendere il loro turno se ne andavano con la promessa poi di ripassare, ma il sostanziale rischio era quello che andassero altrove perdendoli così per sempre. L’annuncio che pubblicai diceva: << Barbiere cerca giovane  lavorante - volenteroso - massima serietà - zona Balduina. >>
Purtroppo quella settimana l’annuncio non ebbe alcun riscontro, tuttavia non mi scoraggiai, sapevo bene che ci sarebbe voluto più di un avviso. Finché un martedì mattina finalmente chiamò un ragazzo per avere qualche informazione in più, così gli dissi che sarebbe stato meglio vederci di persona, gli diedi l’indirizzo e dopo neppure un’ora puntuale si presentò a negozio. Quando lo vidi non immaginai neppure lontanamente si trattasse della stessa persona con cui avevo parlato poco prima al telefono, in effetti per come era vestito credevo fosse un nuovo cliente. Indossava un abito gessato di sicuro taglio sartoriale color grigio fumo di Londra. Camicia bianca con gemelli, cravatta a tinta unita bordò, in ultimo, calzava un paio di scarpe modello Duilio nere tamburate, le stesse che solitamente vedevo ai piedi dei miei clienti. Che dire, un vero damerino.
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Con garbo si presentò,  << Piacere, sono Agostino, il ragazzo dell’annuncio per il posto da barbiere. >> La presenza era ben’augurante. Agostino oltre ad essere elegante, era anche di bell’aspetto, alto più della media, moro, occhi chiari, un viso regolare dalle pronunciate mascelle, non avrà avuto più di trent’anni. Più che un barbiere sembrava piuttosto un indossatore appena sceso da una passerella di moda. Ci accomodammo a negozio dove iniziò a parlarmi dei suoi trascorsi lavorativi. Mi disse che aveva vissuto negli ultimi cinque anni in America, e più precisamente a New York presso una sorella sposata ad un acconciatore americano, e dove lui appunto lavorava, occupandosi da solo di tutto il reparto maschile, ma che in seguito, dato che non gli era stato più rinnovato il permesso di soggiorno, suo malgrado era dovuto rientrare in Italia. Mi raccontò che aveva iniziato a fare questo mestiere da giovanissimo in un negozio del suo quartiere, poi gli si presentò quella che allora credeva essere l’occasione della sua vita, così espatriò nella speranza di trovare fortuna ed una posizione più agiata. Onestamente se avessi potuto scegliere, avrei preferito assumere una persona più semplice, un ragazzo magari più giovane e con minor vita vissuta della sua. Mentre invece lui sembrava tutt’altro forche’ questo. La sua aitante presenza metteva quasi soggezione. Molto spesso si sa, nel nostro mestiere il primo requisito è proprio l’umiltà e la pazienza nel sopportare qualsiasi atteggiamento da parte di certi strani clienti, ed onestamente, dietro quei gemelli ed il gessato fumo di Londra, in Agostino di umiltà temevo ce ne fosse stata davvero ben poca. Così ci accordammo sul salario e decidemmo di comune accordo che avrebbe fatto una prova di dieci giorni sin dal martedì successivo.
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Alle otto in punto della settimana seguente, elegantissimo come la prima volta, Agostino era già davanti al negozio ancora chiuso ad aspettarmi, una volta arrivato, mentre lo salutavo con una stretta di mano, ero pronto a scommettere che chiunque ci avesse visti, ci avrebbe scambiati lui per l’agiato proprietario, ed io per il suo dipendente. Ad ogni buon conto, dopo aver preso un caffè insieme ci avviammo ad aprire il negozio per dare inizio alla nuova avventura. Dal bar al negozio, due locali praticamente dirimpettai, il mio neo lavorante riuscì a farmi almeno cinque domande inerenti il lavoro, tutte cose molto banali, tanto che mi stupii che a pormele fosse una persona già esperta del mestiere, ovvietà come ad esempio, se bisognasse lavare i capelli prima o dopo averli tagliati, o se dopo una rasatura era il caso di spalmare una crema idratante o un dopo barba alcolico. Cose alquanto stupide e di poco conto. Pensai ad un fattore emozionale. Ma intanto mi assalì  un sospetto al quale non volevo neppure pensarci. Agostino forse quel lavoro lo aveva soltanto visto fare, fosse stato davvero così, avevo a che fare con un pazzo. Per capire bene avrei dovuto provarlo sul campo, tutto sommato non ci sarebbe voluto molto a scoprirlo. Appena entrammo senza che gli dissi nulla, si tolse la giacca e dopo averla accuratamente posta su una stampella, mi chiese se avrebbe dovuto indossare un camice da lavoro, aggiungendo poi che se fosse stato possibile ne avrebbe fatto volentieri a meno, dato che non era abituato a portarlo. Gli dissi che per la settimana di prova poteva pure farne a meno, ma che se poi sarebbe andato tutto bene, in seguito l’avrebbe dovuto portare. Annuì dicendo che se era proprio necessario avrebbe incaricato una sarta di farsene  un paio su misura dello stesso colore dei miei.
La prova del nove per capire se era davvero del mestiere, volevo verificarla subito, ancor prima che potesse arrivare qualche cliente. Ora bisogna sapere che per chi è del mestiere, impugnare correttamente una forbice è la cosa più normale del mondo, ma non tutti sanno che esiste un modo proprio di farlo, preciso, e solo quello. Solitamente per chi non lo sa, afferrando una forbice, per istinto si inforcano gli anelli con il pollice e l’indice, ebbene, barbieri come pure i parrucchieri, gente competente e di mestiere, non cadrebbero mai in un simile errore, ma bensì userebbe il pollice e l’anulare. Inoltre, anche per la forbice da barbiere, come buona parte degli attrezzi di lavoro, esiste un verso preciso per impugnarla, ossia, mentre vengono maneggiate, la vite di unione tra le lame deve essere sempre rivolta verso chi le usa. Rivolte al contrario funzionerebbero lo stesso, ma è comunque tecnicamente sbagliato. Così mentre Agostino era tutto preso a guardarsi attorno e giacché non aveva portato con se nessun attrezzo, gli dissi appunto che avrebbe potuto usare un paio di forbici che io non adoperavo, ma ugualmente efficienti lo stesso, così gliele passai, lui le prese tra le mani e come sospettavo, d’istinto le inforcò nel modo inesatto. A cosa mirava il bell’Agostino? Come poteva immaginare che presto o tardi non me ne sarei accorto? Comunque non gli dissi nulla, feci proseguire la mattinata, arrivarono dei clienti che puntualmente servii, mentre lui con sguardo curioso e attento osservava il mio lavoro, diligentemente poi a fine di ogni taglio, quando io toglievo la mantellina al cliente colma di capelli tagliuzzati, lui velocemente andava nel retro a prendere la scopa e spazzava il pavimento, asciugava poi lo specchio ed il lavandino bagnati dagli schizzi d’acqua, spazzolava le spalle dei clienti serviti mentre pagavano, augurando a tutti il buongiorno poco prima che uscissero. Così trascorse per intero tutta la mattinata, arrivò l’ora di pranzo, gli diedi come stabilito le mance accumulate, ma quando fece per rimettersi la giacca ed uscire a pranzo, lo fermai chiedendogli di dovergli parlare. Agostino capì subito qual’era il motivo della mia richiesta, difatti non mi diede neppure il tempo di aprire bocca, così esordì dicendo: << Le ho detto una bugia e so anche che lo ha capito, mi deve scusare, ma le garantisco sulla cosa che ho di più caro che non c’era nessuna cattiva intenzione, il fatto è che ho soltanto un gran bisogno di lavorare. >>
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Così Agostino con calma mi spiegò per filo e per segno tutto quello che c’era da sapere.
Ovviamente non aveva nessuna sorella in America, come pure non si era mai occupato di nessun reparto di acconciatore maschile a New York. L’unica esperienza con questo mestiere, l’aveva avuta a Re Bibbia, dove era stato rinchiuso per un paio d’anni e dove in seguito su richiesta del suo avvocato presso i servizi sociali carcerari, ottenne la possibilità di poter svolgere un lavoro, fu così che gli fu offerto un posto come aiutante nella barberia dell’istituto di pena circondariale, gestito da un ergastolano che nella vita di uomo libero faceva appunto il barbiere di mestiere. Mentre mi raccontava il tutto, quell’aria da baronetto sprofondò, sostituita da quella più morigerata di un ragazzo semplice, incappato suo malgrado nella rete della giustizia ordinaria a causa di un furto con scasso ai danni di un elegante negozio di abbigliamento per uomo in centro, nei pressi di Piazza di Spagna. Da qui la spiegazione di quegli abiti così tanto costosi ed eleganti. Aggiunse che di quel lavoro, il barbiere,  se ne era innamorato, gli piaceva davvero tanto, e che da me o altrove avrebbe fatto di tutto per impararlo come si deve, garantendo inoltre che in futuro se l’avessi assunto non me ne  sarei mai pentito. Era sincero. Da quel po’ che avevo potuto vedere, si intuiva che diceva la verità, così presi la decisione di fargli continuare i dieci giorni di prova. Chiaramente rivedemmo il tutto anche nei termini economici concordati prima delle bugie, camice compreso. Ne fu felicissimo. Tutto sommato, il nuovo Agostino era esattamente la persona che stavo cercando, un ragazzo semplice volenteroso di imparare, e di cui adesso sapevo ogni cosa, proprio l’esatto contrario di quello che si era presentato  qualche giorno prima.
Così trascorsero i giorni di prova, Agostino si presentò tutte le mattine puntuale come un orologio svizzero, al mattino per lui era come ossequiare una tradizionale religiosa, metteva in ordine tutte quelle le cose rimaste in sospeso il giorno prima, si occupava delle pulizie ordinarie, lustrava gli specchi, asciugava i lavabi, spazzava, lavava il pavimento e puliva a fondo il bagno, dandomi modo così di dedicarmi senza affanni alla cura dei miei clienti, poi quando non aveva altro da fare, si piazzava paziente alle mie spalle ad osservare con scrupolosa attenzione ogni mia mossa. Pian piano, con il passar delle settimane e con il ricavato delle mance e la paga settimanale, si comprò dei pantaloni, qualche camicia e alcune paia di scarpe, tutte cose decisamente più modeste e più appropriate alla sua disponibilità economica, abbandonando così definitivamente gli abiti con cui si era presentato dall’annuncio, che tra l’altro ormai detestava, ricordandogli cose poco pulite e disoneste, frutto di mal’affari che ora non facevano più parte della sua nuova vita. Cominciai a premiarlo iniziando ad introdurlo nel vivo del lavoro, così spesso capitava che gli facessi insaponare qualche barba, fare qualche shampoo, come pure la piega a qualche testa dopo che io avevo tagliati i capelli. In breve  imparò e anche molto bene, parecchi clienti iniziavano ad apprezzarlo e ad affezionarsi a lui premiandolo con mance sempre più sostanziose. Oramai aveva imparato a radere ogni tipo di barba, anche le più antipatiche e difficili. Giunse così per Agostino il momento di iscriversi all’accademia di acconciatura, tutti i giorni staccava un’ora prima per essere puntuale ad assistere alle lezioni, così mentre la sera acquisiva teoria,  di giorno la metteva in pratica su qualche cliente più permissivo d’altri.
Passò così un anno esatto dal giorno in cui si presentò a negozio come falso barbiere, vestito da signore, difatti soltanto un anno dopo, ci fu per lui un miracolo, grazie alla sua volontà e alla fiducia che io riposi nelle sue promesse, finalmente ci era riuscito. Ora Agostino stava diventando un vero barbiere,  seppure vestito un po’ meno da signore.