La chiamata
Ricordo come in questo momento le parole e l’espressione di mio padre, quando poco più che quindicenne gli confidai del forte richiamo che provavo verso il mondo sacerdotale e spirituale in genere. Eravamo tutti e tre seduti a cena, io, mio padre e mia madre. Lui per tutta risposta dopo un’ironica risata, poggiò deciso la forchetta sulla tavola e disse la prima cosa che gli passò per la mente:
<< Ma che ti sei impazzito? Non starai mica pensando di farti prete? Piuttosto ladro!!>>
Poi rivolgendosi a mia madre, ma in tono decisamente più serio aggiunse:
<< Rossella, tu per caso ne sapevi niente di questa storia? Insomma, sembra che tuo figlio in futuro aspiri a fare il nullafacente ... >> Mia madre senza neanche voltarsi con sdegno non gli rispose neppure, alzò lo sguardo e mi fece uno dei suoi soliti sorrisi, dal quale intuii tutto il suo appoggio alle mie ancora celate aspirazioni.
Quella sera io e mia madre finimmo per cenare da soli. Ma non fu certo un dramma.
Mio padre non aveva mai avuto nessuna stima nei riguardi del mondo sacerdotale, preti, frati, monaci, secondo lui erano “tutti una razza” tantomeno nei confronti della Chiesa cattolica in quanto istituzione dogmatica. Anzi, per lui chi pensava di indossare la tonaca, lo faceva soltanto per “mangiare a uffa”, riteneva i preti individui con poca voglia di fare, qualcosa di molto simile a dei parassiti. Gente di basso profilo. Questo era proprio ciò che sosteneva ogni volta che i dialoghi cadevano su questioni che riguardassero l’argomento spiritualità. Per lui era difficile, a tal punto da essere quasi impossibile comprendere certe inclinazioni, certi richiami.
Nell’immediato dopo guerra, sua madre si ritrovò vedova a soli ventotto anni con due figli a carico da dover mantenere, appunto mio padre, ed una sua sorellina più piccola. Il marito, mio nonno, nel “43”, nel corso della catastrofica campagna di Russia, come fu per altri migliaia di ragazzi partiti al fronte, fu dato per disperso, presumibilmente morto, e non se ne ebbe mai più notizia. Fu così che mio padre, grosso modo alla mia età, si ritrovo ad avere il compito di tirare avanti la carretta, girovagando tutto quanto il giorno in lungo e in largo per la città alla ricerca di qualsiasi cosa poi da vendere, all’epoca scarseggiava praticamente tutto, rame, piombo, qualche pneumatico militare, insomma tutto ciò che gli potesse garantire qualche soldo da portare a casa e dare a sua madre per mangiare per lui era buono.
Vantava che a vent’anni, aveva già la tessera del partito comunista in tasca. Organizzava scrupolosamente le feste dell’unità, e non mancava mai ai corteo di protesta a sostegno del mondo operaio. Tutto questo ovviamente cozzava terribilmente con l’idea che il suo unico figlio maschio potesse aspirare a farsi prete, anche soltanto apprezzarne lo stile di vita, che secondo lui, era solo un mezzo per fuggire alle responsabilità della vita. Aveva fatto suoi certi luoghi comuni, racconti da bar ascoltati da chissà chi, calunnie di popolo, che man mano erano entrate a far parte del suo ragionare comune. Ricordo bene, raccontava sempre di una volta dove sua madre in preda alla disperazione con sua sorella in braccio, andò a chiedere aiuto in parrocchia, e sempre a suo dire, il parroco seduto a tavola davanti ad una bistecca alta tre dita, gli rifiutò ogni tipo d’aiuto dicendole che erano tempi duri per tutti.
Del resto, il più del suo tempo libero lo passava quasi sempre nella sezione di partito ad un passo da dove abitavamo, e da dove purtroppo, la speranza che potesse comprendere altro era ridotta davvero ai minimi termini.
Mia madre al contrario, in totale antitesi con i pensieri di mio padre, proveniva da una famiglia abbastanza osservante. Fino a che non sposasse mio padre, tutte le domeniche mattina ascoltava Messa in compagnia dei fratelli e dei suoi genitori. Per giunta, aveva una zia, sorella di sua madre suora Agostiniana, la quale frequentando spesso casa sua, aveva modo di stare molto tempo con i bambini, e quindi istruirli verso un insegnamento di catechesi. E da quello che spesso mi raccontava la mamma, se non avesse conosciuto mio padre, avrebbe seriamente pensato di prendere i voti e farsi suora come sua zia.
Durante la mia adolescenza, gran parte del mio tempo lo trascorrevo in parrocchia dedicandomi alle varie attività dell’oratorio parrocchiale. In realtà capivo di non condurre lo stesso stile di vita dei miei compagni, i miei coetanei generalmente non venivano a Messa la domenica mattina, come pure raramente frequentavano l’oratorio durante la settimana. Il loro tempo libero lo trascorrevano a rincorrere sottane nel quartiere o al massimo, consumando i pomeriggi a dare calci ad un pallone, cosa che all’epoca forse sbagliando, ritenevo un’attività totalmente inutile, ma soprattutto la prospettiva di perdere tempo in cose così del tutto superflue non mi attraeva neanche un po’. Ma ciò nonostante mi rendessi conto della anomalia della cosa, in me era più forte l’attrazione verso quel luogo. Non potevo fare a meno di frequentarlo. Ricordo bene il piacere che trovavo nel rimanere li impalato per ore ad osservare silenzioso il crocefisso senza mai annoiarmi, i fitti pensieri si piroettavano verso ciò che fu del Suo passato, la Sua vita. Fantasticavo che se fossi vissuto nella Sua epoca di certo avrei fatto del tutto per essergli accanto. Un giorno sognai persino di essere stato prescelto non ricordo da chi verso un viaggio nel passato, unica condizione sul luogo dove essere proiettato, era quella che non portassi con me più di un solo oggetto, io senza rifletterci neppure un secondo, decisi di portare con me una copia del Vangelo, e chiesi così di essere catapultato in Palestina, esattamente nel periodo in cui visse Gesù Cristo. Il sogno proseguiva nel cercarlo ed avvicinarlo, per riuscire a fargli avere il libro del Nuovo Testamento dove era scritta tutto ciò che poi sarebbe accaduto. Ma proprio nel momento in cui ero ad un passo da Lui, quando oramai pensavo di poterlo sfiorare, tutto svaniva e mi svegliavo di soprassalto con il cuore in gola.
In realtà, anch’io in un certo senso mi sentivo attratto dalle ragazze, del resto ero un ragazzo come tutti quanti gli altri, tuttavia a sedici anni, non ne avevo ancora mai baciata nessuna, cosa che i miei compagni invece avevano già fatto molto tempo prima e per sentito dire, qualcuno di loro era andato anche oltre a dei semplici baci. L’unica ragazza con la quale parlavo e con cui avevo più confidenza, era Adele, una mia compagna di classe conosciuta da tutti come “la secchiona”, ma che in realtà, non lo era affatto così come si voleva far credere in giro, insomma, studiava il giusto, tanto è vero che più di qualche volta, ero proprio io ad aiutarla nei compiti in classe quando non riusciva a terminarli. Adele non era neanche troppo carina, anzi, non lo era affatto, ma anche lei come me, era sopraffatta dall’amore verso quel mondo che tanto desideravo. Mio padre quando ci vedeva passeggiare assieme per le strade del quartiere, sogghignava sotto i baffi pensando magari a chissà quali mire nutrivo nei suoi riguardi, mentre non poteva neppure lontanamente immaginare che le nostre conversazioni si limitavano esclusivamente a certi argomenti, che se avesse potuto ascoltarli, mi avrebbe vietato assolutamente di continuare a frequentarla.
Oramai da tempo mi ero confidato con don Paolo, parroco della mia parrocchia, circa il desiderio di voler frequentare un seminario e capire se quella poteva essere davvero la mia strada, la mia reale vocazione. Don Paolo era la persona che ritenevo e che avevo eletto mia guida spirituale, un uomo responsabile prima, prete poi. Spesso mi ero soffermato a riflettere che sarebbe dovuto essere proprio uno come lui il marito ideale per mia madre, ma non fu così. Gesù decise per cose e piani diversi. Rispetto a tutto questo, avevo bisogno di consigli sinceri e leali su come affrontare quello che al momento ritenevo essere lo scoglio più alto da superare. Ossia, mio padre. Da solo sentivo essere un compito impossibile. La prima cosa che don Paolo mi suggerì, fu quella di non parlarne più in casa, perlomeno fino al momento della mia maggiore età. << Il tempo farà il suo corso,>> mi diceva, << Intanto tu continua a condurre la vita che più ti attrae, qualsiasi essa sia, senza dimenticare mai la tua età, con tutto ciò che ti ispira di fare assieme ai tuoi compagni. Ricordati, ogni sforzo, in qualsiasi direzione che non sia quella voluta dal Signore, sarà del tutto inutile seguirla, Dio ha tracciato per te un percorso, quindi presto o tardi lo raggiungerai, Lui di certo non ha fretta, quindi, neanche tu devi averne. Che sia il matrimonio o il sacerdozio, tutto è stato già deciso. >> Aggiungendo << L’ostacolo che tu ora credi insormontabile, non sarà certamente tuo padre, anzi, vedrai che lui si rivelerà un utile mezzo per raggiungerlo. >>
Quelle parole mi infusero serenità, di colpo quel senso di timore svanì. In un certo senso avevo ottenuto dalle sue parole un lasciapassare spirituale, ossia, potevo testare anche da solo quanto in me fosse grande l’aspirazione ai miei progetti mistici, avrei continuato a frequentare “la vita” nessuna emozione od esperienza esclusa. Per assurdo, don Paolo pur sapendo di che pasta fossero i miei compagni, mi stava autorizzando a frequentarli ugualmente, nonostante loro svolgessero una vita diametralmente opposta alla mia.
Iniziarono così le prime giornate fuori dalla casa del Signore per dare inizio a quelle in compagnia dei miei amici. Quando ne parlai ad Adele, lei con fermezza bocciò aspramente la mia scelta, e così in breve tempo anche lei seppure limitatamente, uscì dalla mia vita. Nei tardi pomeriggi mi aggregavo alla mia nuova comitiva nei pressi del bar, solitamente al “muretto”, non altro che il recinto di confine del nostro caseggiato, ricordo bene l’unica consolazione che avevo, era quella che da li, potevo scorgere un pezzetto del campanile della mia chiesa, e la cosa mi infondeva un’infinita allegria e sicurezza.
Il senso di inadeguatezza alla nuova vita lontana da Lui, era altissimo, seppure ancor di più era lo sforzo nel non darlo a vedere a nessuno simulando alla meno peggio con tutti una quotidianamente e normale convivenza. I miei tentativi di inserirmi nelle loro conversazioni affondavano sistematicamente nell’indifferenza totale di ognuno, collezionavo un insuccesso dietro l’altro, le loro argomentazioni, peraltro a mio modo di vedere del tutto sterili, non collimavano in alcun modo al mio stile di pensiero, sopratutto per la mia totale inesperienza di vita vissuta in strada. Speravo che di tanto in tanto si affrontasse qualche tema legato a difficoltà sociali, disagi di quartiere, o cose del genere, allora si che certamente avrei potuto inserirmi più facilmente in qualche discussione e infine dimostrare di non essere un cretino al quale nessuno rivolge mai la parola. Tuttavia gli argomenti non andavano mai oltre l’ultima moda di jeans, la squadra di calcio più forte, o la ragazza più disponibile. Pian piano stavo perdendo ogni speranza. Avevo preso l’abitudine di portare sempre con me un Rosario che custodivo di nascosto in tasca, mi ero ripromesso che ad ogni bestemmia, silenziosamente avrei chiesto perdono al Signore per chi l’avesse pronunciata, recitando un Credo per ognuno dei grani, maggiori e minori. Il risultato fu quello che per interi pomeriggi non aprii bocca intento a sgranare la mia Corona. Il turpiloquio era costante, direi la norma, un fatto che in nessuno destava alcun clamore, ne per chi lo usava, tantomeno per chi l’ascoltava, ma ciò che più mi stupiva era che certe consuetudini valevano sia per i ragazzi, come pure per le ragazze, senza alcuna differenza. Era incredibile, non si articolava un concetto, ma anche soltanto un’irrilevante considerazione, se non veniva anticipata o terminata con espressioni inneggianti la maledizione a qualche santo o un improperio alla Trinità. Per non parlare poi di quella che sembrava essere presa di mira come vittima prescelta da tutti, ossia, la Madonna. Oltraggiata, ingiuriata in tutte le salse, anche solo per lagnarsi del cattivo tempo, piuttosto che del ritardo di un autobus alla fermata.
Ricordo in modo particolare un giorno, dove tra parolacce e bestemmie si era davvero superata la misura, contrariato chiesi al gruppo di evitare quel tipo di linguaggio, aggiungendo che mi dava davvero fastidio. Il risultato fu che in coro mi risposero che li non erano in chiesa, come a dire che se non mi stava bene, potevo pure andarmene altrove e smettere di frequentarli. Per un istante mi riecheggiarono nelle orecchie le parole di Adele, << Sarà del tutto inutile Luca, la tua sarà una lotta senza speranza. Perderai soltanto il tuo tempo, usalo piuttosto per cose più utili, in questa scelta mi spiace, ma non avrai il mio sostegno, se vuoi davvero sapere cosa fare del tuo futuro, non sarà di certo frequentando bestemmiatori incalliti a scoprirlo. >> Quando Adele finì di parlare mi venne subito in mente ciò che rispose Gesù a coloro che lo accusavano di frequentare la casa di pagani e farisei.
"Se amate coloro che vi amano, quale merito ne avrete?"
Era abbastanza facile parlare di amore. Ma l'amore non lo si dimostra certo con le accorate parole dentro le quattro pareti di una chiesa, ma bensì con i fatti. Anzi, era per me giusto imparare a parlare poco e a compiere azioni di vero amore, generoso, disinteressato, verso tutti, con particolare attenzione verso le persone che ne avevano più bisogno, anche quelle che non risultavano simpatiche o verso le quali non mi sentivo portato. Gesù disse di amare perfino i nostri nemici... Eppoi pensai, ma se loro fossero normali frequentatori della casa del Signore, di certo non bestemmierebbero … Quindi di cosa mi dovevo stupire? Era vero quindi quello che disse un giorno un santo, “ Senza Dio, tutto è lecito”
E così, pensando che nulla avvenga per puro caso, iniziai a convincermi che non mi sarei dovuto allontanare dal mio gruppo, peraltro, si trattava di ragazzi con cui ero cresciuto fin da ragazzino, anzi, potevo risultare proprio io un ottima occasione per farli smettere, in qualche modo migliorarne la qualità di vita iniziando proprio dalle piccole cose, come ad esempio quella di capire il perché non bisognava continuare ad insultare qualcuno che al tempo stesso, a mio moda di vedere, li amava incondizionatamente, lo stesso, che loro neppure conoscevano. Sarei mai riuscito a rinverdire nei loro cuori qualche principio spirituale?. Qualora ne avessero avuto uno. In quest’ottica iniziai a trovare piacere nel rendermi utile per ciò che oramai già consideravo, la mia piccola missione.
La domenica era l’unico giorno che rimanevo lontano da tutti, la mattina presto arrivavo in chiesa e ci rimanevo sino all’ora di pranzo inoltrato. Aiutavo don Paolo a servire messa o con chi era di turno per officiarla. Il resto della mattinata lo dedicavo all’oratorio, dove c’erano sempre da fare un sacco di cose. Spesso poi nel pomeriggio incontravo Adele, con la quale ci organizzavamo per andare al cinema, o per fare un giro in centro a visitare luoghi che lei non conosceva. La giornata così volava, senza neppure accorgercene, il lunedì era già il presente, prima con la scuola, poi assieme ai ragazzi del muretto. Talvolta confesso mi pesava terribilmente e quasi sempre il lunedì, più volte ero stato sul punto di mollare ogni proposito e scappare via. Ricordo bene di un lunedì, una volta terminati i compiti, contrariamente a come accadeva di solitamente me ne rimasi a casa per due tre giorni di seguito, non avevo nessunissima voglia di fare il pieno di idiozie farcite dai soliti improperi. Provai il rifiuto più totale. Quando d’un tratto, un pomeriggio suonarono al citofono, mia madre andò a rispondere, erano Federica e Marco, due ragazzi del gruppo, così mia madre li fece salire. Una volta in casa mi chiesero come mai non mi fossi fatto più vedere. Li per li, preso alla sprovvista accampai qualche sciocchezza, ma che dai loro sguardi capii fu poco credibile. Non mi andava di dire la verità, temevo che qualcuno potesse prendersela a male e di conseguenza offendersi. Ma soltanto dopo che mi rivelarono il reale motivo per cui erano venuti a trovarmi, fu solo allora che ebbi la mia prima gioia, una felicità incontenibile per ciò che poi mi confessarono. Mi dissero di aver parlato tra loro, qualcuno si era lamentato con qualcun altro per come ero stato trattato nella circostanza del mio risentimento alle bestemmie. Ebbene, dopo un conciliabolo decisero di cercarmi, con la promessa che in mia presenza avrebbero fatto a meno di usare quel linguaggio. Decisi così di rivelare a Marco e Federica la storia del Rosario, e tentare di fargli capire i motivi dei miei reiterati silenzi. Federica scoppiò a ridere e lasciandosi ad un abbraccio caloroso, mi disse che ero troppo forte. Quello fu il mio primo contatto fisico con qualcuno del gruppo. Solo a quel punto,sorridendo mi mostrò alcuni santini che teneva gelosamente conservati nel borsellino, disse che glieli aveva regalato sua nonna, confessandomi poi che non se ne separava mai, considerandoli un po’ come suoi portafortuna. Seppure avrei avuto da ridire circa la sacralità delle immagini, e che non avrebbe dovuto confondere il sacro col profano, non dissi nulla rallegrandomi con lei. Ci lasciammo così dietro promessa che ci saremmo rivisti come tutti i giorni dopo i compiti.
La settimana successiva tornai così nel gruppo come nulla fosse avvenuto, percepii però che nell’aria si respirava un’aria del tutto diversa. Dell’accaduto ne parlai ovviamente con don Paolo, il quale fiero di me, mi suggerì di non mollare, e che secondo lui avevano interagito bene, era stato fatto un primo passo, ora bisognava soltanto proseguire su quella strada cercando di farmi venire qualche idea che potesse coinvolgerli ad accostarsi alla parrocchia.
In parrocchia oltre alla bella Chiesa di ordine francescano, per altro ricca di una grande sagrestia, vari uffici parrocchiali, l’oratorio, un teatro, e un campetto da calcio, c’è un’ala adibita esclusivamente ad alloggi ad uso dei sacerdoti, dove spesso però, capitava che la casa generalizia, inviasse giovani seminaristi, i quali vivevano in tutto e per tutto come i prelati già coperti da voti perpetui, i giovani novizi, ragazzi della mia età o poco di più, rimanevano tutto il giorno in parrocchia collaborando con il corpo sacerdotale. Ovviamente non potevano officiare messa tantomeno poter confessare nessuno.
Seminaristi si, ma pur sempre poco più che adolescenti. Non era raro difatti vederli riuniti assieme ad altri sacerdoti cimentarsi in qualche partitella di calcetto nel campetto dell’oratorio. Fu proprio in una di queste riunioni all’oratorio che pensai subito a quello poteva essere un ottimo espediente di poter accostare i miei amici in chiesa. Avrei organizzato una partita di calcetto in parrocchia tra i miei compagni e i ragazzi seminaristi. Ne parlai prima con Adele, la quale senza troppo entusiasmo mi disse che avrei potuto provare, seppure, secondo lei alla fine i ragazzi del muretto non avrebbero accettato. Convinto più che mai del contrario, il pomeriggio stesso ne parlai con i miei amici.
<< Ragazzi vi andrebbe di accettare una sfida di calcetto contro la squadra dell’oratorio?>> Marco, il più scafato dei ragazzi, quello considerato un po’ il leader del gruppo con aria diffidente ma incuriosita rispose.
<< E chi sarebbero questi? Perche poi vorrebbero sfidare proprio noi?>>
Alleggerii subito i toni per evitare che la cosa non fosse interpretata come un affronto.
<< In realtà loro non sanno neppure che voi esistete, tanto meno che giocate a calcetto, ma bensì, sono io che ieri quando qualcuno di loro mi chiedeva se conoscessi ragazzi con cui poter giocare contro, ho detto che ci sarebbe stata la possibilità di sfidare dei miei amici di comitiva, del resto siete o no i miei amici, gli unici che conosca e che di tanto in tanto giocate? Tutto qui.>>
A quel punto tutto tornò sereno, quindi ottenuta la loro disponibilità, me ne tornai in parrocchia per parlarne con il parroco il quale si mise subito in movimento per organizzare l’incontro. Ci ero riuscito!!
Il giorno dell’incontro un pomeriggio fresco, nessuno dei sacerdoti era vestito “da prete” neppure don Paolo che si presentò al campetto vestito come non l’avevo mai visto prima, scarpe da ginnastica, jeans, ed una polo rossa, e che per l’occasione si era proposto di arbitrare l’incontro. Non sembrava neppure di essere in un oratorio parrocchiale. Un po’ alla volta giunsero i ragazzi, anch’io arrivai con loro su suggerimento del mio parroco. Una volta sul campo di gioco in terra battuta, l’arbitro volle che tutti ci presentammo stringendoci la mano, la cosa aveva un’aria così ufficiale che sembrava davvero un’incontro di serie A. Prima del calcio di inizio, don Paolo ricordò a tutti di mantenere un comportamento leale e corretto, ma che soprattutto, quella che stava per iniziare era un incontro con obbligo di rivincita, e che quindi ci si saremmo dovuti rivedere in data da concordare. Lessi negli sguardi dei miei amici un certo compiacimento, la seriosità dell’evento gli era gradita, si stavano sentendo importanti e a quell’incontro ci tenevano, lo capii dalla loro casacche, tutte uguali, era il loro completo ufficiale. Solitamente quando giocavano ai campetti dietro il commissariato di zona, ognuno veniva vestito con qualcosa di diverso, spaiato e di colore diverso. I seminaristi invece non avevano nessun completo particolare, ma anche loro erano tutti vestiti allo stesso modo, una maglietta di cotone bianca della salute con pantaloncino nero. Dagli spalti erano assiepate una ventina di persone come spettatori, le ragazze del gruppo, e qualche frequentatore della parrocchia, oltre chiaramente al resto del corpo sacerdotale della chiesa. I miei amici erano davvero bravi, difatti, poco dopo andammo subito in vantaggio sui giovani seminaristi, e dopo manco un quarto d’ora realizzammo facilmente altre due reti. A quel punto avvenne una cosa bellissima a cui non avrei dai creduto. Marco, il nostro capitano, chiese all’arbitro di fermare il gioco e proporre uno scambio di giocatori. Il divario tecnico era abissale. Così avvenne, tre dei nostri giocatori si tolsero la maglia e se la scambiarono con quelle dei neo francescani, e così tutti ripartimmo. Il tifo rallegrava e dava carica all’incontro. La partita fu comunque vinta da noi, ma non certamente come sarebbe potuta finire senza il provvidenziale rincalzo avvenuto grazie a Marco. Al fischio finale dell’arbitro, tutti ci stringemmo nuovamente la mano e qualcuno azzardò anche qualche abbraccio. Terminata l’incontro quando oramai i miei amici stavano per tornarsene a casa, don Paolo estrasse l’asso dalla manica e disse. << Ragazzi fermi tutti, sul più bello che fate volete andarvene? Abbiamo preparato del tè caldo e qualche dolce preparato proprio dagli sconfitti, venite ci farebbe piacere dividerlo tra tutti.>> Ci guardammo tutti negli occhi, poi, come era inevitabile che andasse, tornammo tutti indietro, nessuno escluso tifosi compresi nella sala del refettorio a mangiare e bere. Notai proprio in Marco uno strano silenzio, si guardava attorno incuriosito, chissà cosa mai credeva ci fosse in un luogo come quello dove aveva appena trascorso due ore di pieno divertimento. Intanto i ragazzi del seminario si prodigavano ad offrire tutto ciò che la tavola imbandita offriva, alcune ragazze tra cui Federica sentivo che chiedevano ai ragazzi come si trovassero e vivessero in una chiesa. Insomma, il tutto non si stava limitando al mangiare e bere per poi di fretta andarsene, anzi, carpivo che stava succedendo qualcosa, si familiarizzava, seppure attraverso la semplice curiosità. D’un tratto incrociai lo sguardo di don Paolo, il quale mi fece un sorriso compiaciuto e di soddisfazione come per dirmi, “ Bravo, tutto merito tuo”.
Quando fu poi il momento di andarsene don Paolo si offrì di farci strada, dato che nel frattempo erano stati chiusi tutti i portoni a chiave, quindi dovemmo per forza uscire dall’unica portone rimasto aperto, quello che generalmente viene chiuso per l’ultimo, quello principale della chiesa. Così ci avviammo attraverso la sagrestia per entrare in chiesa da dietro l’altare. Appena messo piede in chiesa, tutti si zittirono, e seguendo il sacerdote, in direzione del Signore ognuno si segnò. Non volevo credere che attraverso una semplice partitella di calcetto potessi arrivare a tanto.
