Narrazioni di vario genere, brevi racconti partoriti da frammenti di vita quotidiana, via via che il tempo passa.
martedì 6 dicembre 2011
Colpo di fulmine...
Una luce radiosa è passata attraverso il mio cuore, era abbagliante come il sole d'estate a
mezzogiorno, poi, una nuvola passando ha spento tutto, quel calore così acceso di colpo è
svanito e la pioggia in un istante ha cancellato tutto.......... [ L.Pinna ]
venerdì 2 settembre 2011
" La chiamata" racconto di Luca Pinna
La chiamata
Ricordo come in questo momento le parole e l’espressione di mio padre, quando poco più che quindicenne gli confidai del forte richiamo che provavo verso il mondo sacerdotale e spirituale in genere. Eravamo tutti e tre seduti a cena, io, mio padre e mia madre. Lui per tutta risposta dopo un’ironica risata, poggiò deciso la forchetta sulla tavola e disse la prima cosa che gli passò per la mente:
<< Ma che ti sei impazzito? Non starai mica pensando di farti prete? Piuttosto ladro!!>>
Poi rivolgendosi a mia madre, ma in tono decisamente più serio aggiunse:
<< Rossella, tu per caso ne sapevi niente di questa storia? Insomma, sembra che tuo figlio in futuro aspiri a fare il nullafacente ... >> Mia madre senza neanche voltarsi con sdegno non gli rispose neppure, alzò lo sguardo e mi fece uno dei suoi soliti sorrisi, dal quale intuii tutto il suo appoggio alle mie ancora celate aspirazioni.
Quella sera io e mia madre finimmo per cenare da soli. Ma non fu certo un dramma.
Mio padre non aveva mai avuto nessuna stima nei riguardi del mondo sacerdotale, preti, frati, monaci, secondo lui erano “tutti una razza” tantomeno nei confronti della Chiesa cattolica in quanto istituzione dogmatica. Anzi, per lui chi pensava di indossare la tonaca, lo faceva soltanto per “mangiare a uffa”, riteneva i preti individui con poca voglia di fare, qualcosa di molto simile a dei parassiti. Gente di basso profilo. Questo era proprio ciò che sosteneva ogni volta che i dialoghi cadevano su questioni che riguardassero l’argomento spiritualità. Per lui era difficile, a tal punto da essere quasi impossibile comprendere certe inclinazioni, certi richiami.
Nell’immediato dopo guerra, sua madre si ritrovò vedova a soli ventotto anni con due figli a carico da dover mantenere, appunto mio padre, ed una sua sorellina più piccola. Il marito, mio nonno, nel “43”, nel corso della catastrofica campagna di Russia, come fu per altri migliaia di ragazzi partiti al fronte, fu dato per disperso, presumibilmente morto, e non se ne ebbe mai più notizia. Fu così che mio padre, grosso modo alla mia età, si ritrovo ad avere il compito di tirare avanti la carretta, girovagando tutto quanto il giorno in lungo e in largo per la città alla ricerca di qualsiasi cosa poi da vendere, all’epoca scarseggiava praticamente tutto, rame, piombo, qualche pneumatico militare, insomma tutto ciò che gli potesse garantire qualche soldo da portare a casa e dare a sua madre per mangiare per lui era buono.
Vantava che a vent’anni, aveva già la tessera del partito comunista in tasca. Organizzava scrupolosamente le feste dell’unità, e non mancava mai ai corteo di protesta a sostegno del mondo operaio. Tutto questo ovviamente cozzava terribilmente con l’idea che il suo unico figlio maschio potesse aspirare a farsi prete, anche soltanto apprezzarne lo stile di vita, che secondo lui, era solo un mezzo per fuggire alle responsabilità della vita. Aveva fatto suoi certi luoghi comuni, racconti da bar ascoltati da chissà chi, calunnie di popolo, che man mano erano entrate a far parte del suo ragionare comune. Ricordo bene, raccontava sempre di una volta dove sua madre in preda alla disperazione con sua sorella in braccio, andò a chiedere aiuto in parrocchia, e sempre a suo dire, il parroco seduto a tavola davanti ad una bistecca alta tre dita, gli rifiutò ogni tipo d’aiuto dicendole che erano tempi duri per tutti.
Del resto, il più del suo tempo libero lo passava quasi sempre nella sezione di partito ad un passo da dove abitavamo, e da dove purtroppo, la speranza che potesse comprendere altro era ridotta davvero ai minimi termini.
Mia madre al contrario, in totale antitesi con i pensieri di mio padre, proveniva da una famiglia abbastanza osservante. Fino a che non sposasse mio padre, tutte le domeniche mattina ascoltava Messa in compagnia dei fratelli e dei suoi genitori. Per giunta, aveva una zia, sorella di sua madre suora Agostiniana, la quale frequentando spesso casa sua, aveva modo di stare molto tempo con i bambini, e quindi istruirli verso un insegnamento di catechesi. E da quello che spesso mi raccontava la mamma, se non avesse conosciuto mio padre, avrebbe seriamente pensato di prendere i voti e farsi suora come sua zia.
Durante la mia adolescenza, gran parte del mio tempo lo trascorrevo in parrocchia dedicandomi alle varie attività dell’oratorio parrocchiale. In realtà capivo di non condurre lo stesso stile di vita dei miei compagni, i miei coetanei generalmente non venivano a Messa la domenica mattina, come pure raramente frequentavano l’oratorio durante la settimana. Il loro tempo libero lo trascorrevano a rincorrere sottane nel quartiere o al massimo, consumando i pomeriggi a dare calci ad un pallone, cosa che all’epoca forse sbagliando, ritenevo un’attività totalmente inutile, ma soprattutto la prospettiva di perdere tempo in cose così del tutto superflue non mi attraeva neanche un po’. Ma ciò nonostante mi rendessi conto della anomalia della cosa, in me era più forte l’attrazione verso quel luogo. Non potevo fare a meno di frequentarlo. Ricordo bene il piacere che trovavo nel rimanere li impalato per ore ad osservare silenzioso il crocefisso senza mai annoiarmi, i fitti pensieri si piroettavano verso ciò che fu del Suo passato, la Sua vita. Fantasticavo che se fossi vissuto nella Sua epoca di certo avrei fatto del tutto per essergli accanto. Un giorno sognai persino di essere stato prescelto non ricordo da chi verso un viaggio nel passato, unica condizione sul luogo dove essere proiettato, era quella che non portassi con me più di un solo oggetto, io senza rifletterci neppure un secondo, decisi di portare con me una copia del Vangelo, e chiesi così di essere catapultato in Palestina, esattamente nel periodo in cui visse Gesù Cristo. Il sogno proseguiva nel cercarlo ed avvicinarlo, per riuscire a fargli avere il libro del Nuovo Testamento dove era scritta tutto ciò che poi sarebbe accaduto. Ma proprio nel momento in cui ero ad un passo da Lui, quando oramai pensavo di poterlo sfiorare, tutto svaniva e mi svegliavo di soprassalto con il cuore in gola.
In realtà, anch’io in un certo senso mi sentivo attratto dalle ragazze, del resto ero un ragazzo come tutti quanti gli altri, tuttavia a sedici anni, non ne avevo ancora mai baciata nessuna, cosa che i miei compagni invece avevano già fatto molto tempo prima e per sentito dire, qualcuno di loro era andato anche oltre a dei semplici baci. L’unica ragazza con la quale parlavo e con cui avevo più confidenza, era Adele, una mia compagna di classe conosciuta da tutti come “la secchiona”, ma che in realtà, non lo era affatto così come si voleva far credere in giro, insomma, studiava il giusto, tanto è vero che più di qualche volta, ero proprio io ad aiutarla nei compiti in classe quando non riusciva a terminarli. Adele non era neanche troppo carina, anzi, non lo era affatto, ma anche lei come me, era sopraffatta dall’amore verso quel mondo che tanto desideravo. Mio padre quando ci vedeva passeggiare assieme per le strade del quartiere, sogghignava sotto i baffi pensando magari a chissà quali mire nutrivo nei suoi riguardi, mentre non poteva neppure lontanamente immaginare che le nostre conversazioni si limitavano esclusivamente a certi argomenti, che se avesse potuto ascoltarli, mi avrebbe vietato assolutamente di continuare a frequentarla.
Oramai da tempo mi ero confidato con don Paolo, parroco della mia parrocchia, circa il desiderio di voler frequentare un seminario e capire se quella poteva essere davvero la mia strada, la mia reale vocazione. Don Paolo era la persona che ritenevo e che avevo eletto mia guida spirituale, un uomo responsabile prima, prete poi. Spesso mi ero soffermato a riflettere che sarebbe dovuto essere proprio uno come lui il marito ideale per mia madre, ma non fu così. Gesù decise per cose e piani diversi. Rispetto a tutto questo, avevo bisogno di consigli sinceri e leali su come affrontare quello che al momento ritenevo essere lo scoglio più alto da superare. Ossia, mio padre. Da solo sentivo essere un compito impossibile. La prima cosa che don Paolo mi suggerì, fu quella di non parlarne più in casa, perlomeno fino al momento della mia maggiore età. << Il tempo farà il suo corso,>> mi diceva, << Intanto tu continua a condurre la vita che più ti attrae, qualsiasi essa sia, senza dimenticare mai la tua età, con tutto ciò che ti ispira di fare assieme ai tuoi compagni. Ricordati, ogni sforzo, in qualsiasi direzione che non sia quella voluta dal Signore, sarà del tutto inutile seguirla, Dio ha tracciato per te un percorso, quindi presto o tardi lo raggiungerai, Lui di certo non ha fretta, quindi, neanche tu devi averne. Che sia il matrimonio o il sacerdozio, tutto è stato già deciso. >> Aggiungendo << L’ostacolo che tu ora credi insormontabile, non sarà certamente tuo padre, anzi, vedrai che lui si rivelerà un utile mezzo per raggiungerlo. >>
Quelle parole mi infusero serenità, di colpo quel senso di timore svanì. In un certo senso avevo ottenuto dalle sue parole un lasciapassare spirituale, ossia, potevo testare anche da solo quanto in me fosse grande l’aspirazione ai miei progetti mistici, avrei continuato a frequentare “la vita” nessuna emozione od esperienza esclusa. Per assurdo, don Paolo pur sapendo di che pasta fossero i miei compagni, mi stava autorizzando a frequentarli ugualmente, nonostante loro svolgessero una vita diametralmente opposta alla mia.
Iniziarono così le prime giornate fuori dalla casa del Signore per dare inizio a quelle in compagnia dei miei amici. Quando ne parlai ad Adele, lei con fermezza bocciò aspramente la mia scelta, e così in breve tempo anche lei seppure limitatamente, uscì dalla mia vita. Nei tardi pomeriggi mi aggregavo alla mia nuova comitiva nei pressi del bar, solitamente al “muretto”, non altro che il recinto di confine del nostro caseggiato, ricordo bene l’unica consolazione che avevo, era quella che da li, potevo scorgere un pezzetto del campanile della mia chiesa, e la cosa mi infondeva un’infinita allegria e sicurezza.
Il senso di inadeguatezza alla nuova vita lontana da Lui, era altissimo, seppure ancor di più era lo sforzo nel non darlo a vedere a nessuno simulando alla meno peggio con tutti una quotidianamente e normale convivenza. I miei tentativi di inserirmi nelle loro conversazioni affondavano sistematicamente nell’indifferenza totale di ognuno, collezionavo un insuccesso dietro l’altro, le loro argomentazioni, peraltro a mio modo di vedere del tutto sterili, non collimavano in alcun modo al mio stile di pensiero, sopratutto per la mia totale inesperienza di vita vissuta in strada. Speravo che di tanto in tanto si affrontasse qualche tema legato a difficoltà sociali, disagi di quartiere, o cose del genere, allora si che certamente avrei potuto inserirmi più facilmente in qualche discussione e infine dimostrare di non essere un cretino al quale nessuno rivolge mai la parola. Tuttavia gli argomenti non andavano mai oltre l’ultima moda di jeans, la squadra di calcio più forte, o la ragazza più disponibile. Pian piano stavo perdendo ogni speranza. Avevo preso l’abitudine di portare sempre con me un Rosario che custodivo di nascosto in tasca, mi ero ripromesso che ad ogni bestemmia, silenziosamente avrei chiesto perdono al Signore per chi l’avesse pronunciata, recitando un Credo per ognuno dei grani, maggiori e minori. Il risultato fu quello che per interi pomeriggi non aprii bocca intento a sgranare la mia Corona. Il turpiloquio era costante, direi la norma, un fatto che in nessuno destava alcun clamore, ne per chi lo usava, tantomeno per chi l’ascoltava, ma ciò che più mi stupiva era che certe consuetudini valevano sia per i ragazzi, come pure per le ragazze, senza alcuna differenza. Era incredibile, non si articolava un concetto, ma anche soltanto un’irrilevante considerazione, se non veniva anticipata o terminata con espressioni inneggianti la maledizione a qualche santo o un improperio alla Trinità. Per non parlare poi di quella che sembrava essere presa di mira come vittima prescelta da tutti, ossia, la Madonna. Oltraggiata, ingiuriata in tutte le salse, anche solo per lagnarsi del cattivo tempo, piuttosto che del ritardo di un autobus alla fermata.
Ricordo in modo particolare un giorno, dove tra parolacce e bestemmie si era davvero superata la misura, contrariato chiesi al gruppo di evitare quel tipo di linguaggio, aggiungendo che mi dava davvero fastidio. Il risultato fu che in coro mi risposero che li non erano in chiesa, come a dire che se non mi stava bene, potevo pure andarmene altrove e smettere di frequentarli. Per un istante mi riecheggiarono nelle orecchie le parole di Adele, << Sarà del tutto inutile Luca, la tua sarà una lotta senza speranza. Perderai soltanto il tuo tempo, usalo piuttosto per cose più utili, in questa scelta mi spiace, ma non avrai il mio sostegno, se vuoi davvero sapere cosa fare del tuo futuro, non sarà di certo frequentando bestemmiatori incalliti a scoprirlo. >> Quando Adele finì di parlare mi venne subito in mente ciò che rispose Gesù a coloro che lo accusavano di frequentare la casa di pagani e farisei.
"Se amate coloro che vi amano, quale merito ne avrete?"
Era abbastanza facile parlare di amore. Ma l'amore non lo si dimostra certo con le accorate parole dentro le quattro pareti di una chiesa, ma bensì con i fatti. Anzi, era per me giusto imparare a parlare poco e a compiere azioni di vero amore, generoso, disinteressato, verso tutti, con particolare attenzione verso le persone che ne avevano più bisogno, anche quelle che non risultavano simpatiche o verso le quali non mi sentivo portato. Gesù disse di amare perfino i nostri nemici... Eppoi pensai, ma se loro fossero normali frequentatori della casa del Signore, di certo non bestemmierebbero … Quindi di cosa mi dovevo stupire? Era vero quindi quello che disse un giorno un santo, “ Senza Dio, tutto è lecito”
E così, pensando che nulla avvenga per puro caso, iniziai a convincermi che non mi sarei dovuto allontanare dal mio gruppo, peraltro, si trattava di ragazzi con cui ero cresciuto fin da ragazzino, anzi, potevo risultare proprio io un ottima occasione per farli smettere, in qualche modo migliorarne la qualità di vita iniziando proprio dalle piccole cose, come ad esempio quella di capire il perché non bisognava continuare ad insultare qualcuno che al tempo stesso, a mio moda di vedere, li amava incondizionatamente, lo stesso, che loro neppure conoscevano. Sarei mai riuscito a rinverdire nei loro cuori qualche principio spirituale?. Qualora ne avessero avuto uno. In quest’ottica iniziai a trovare piacere nel rendermi utile per ciò che oramai già consideravo, la mia piccola missione.
La domenica era l’unico giorno che rimanevo lontano da tutti, la mattina presto arrivavo in chiesa e ci rimanevo sino all’ora di pranzo inoltrato. Aiutavo don Paolo a servire messa o con chi era di turno per officiarla. Il resto della mattinata lo dedicavo all’oratorio, dove c’erano sempre da fare un sacco di cose. Spesso poi nel pomeriggio incontravo Adele, con la quale ci organizzavamo per andare al cinema, o per fare un giro in centro a visitare luoghi che lei non conosceva. La giornata così volava, senza neppure accorgercene, il lunedì era già il presente, prima con la scuola, poi assieme ai ragazzi del muretto. Talvolta confesso mi pesava terribilmente e quasi sempre il lunedì, più volte ero stato sul punto di mollare ogni proposito e scappare via. Ricordo bene di un lunedì, una volta terminati i compiti, contrariamente a come accadeva di solitamente me ne rimasi a casa per due tre giorni di seguito, non avevo nessunissima voglia di fare il pieno di idiozie farcite dai soliti improperi. Provai il rifiuto più totale. Quando d’un tratto, un pomeriggio suonarono al citofono, mia madre andò a rispondere, erano Federica e Marco, due ragazzi del gruppo, così mia madre li fece salire. Una volta in casa mi chiesero come mai non mi fossi fatto più vedere. Li per li, preso alla sprovvista accampai qualche sciocchezza, ma che dai loro sguardi capii fu poco credibile. Non mi andava di dire la verità, temevo che qualcuno potesse prendersela a male e di conseguenza offendersi. Ma soltanto dopo che mi rivelarono il reale motivo per cui erano venuti a trovarmi, fu solo allora che ebbi la mia prima gioia, una felicità incontenibile per ciò che poi mi confessarono. Mi dissero di aver parlato tra loro, qualcuno si era lamentato con qualcun altro per come ero stato trattato nella circostanza del mio risentimento alle bestemmie. Ebbene, dopo un conciliabolo decisero di cercarmi, con la promessa che in mia presenza avrebbero fatto a meno di usare quel linguaggio. Decisi così di rivelare a Marco e Federica la storia del Rosario, e tentare di fargli capire i motivi dei miei reiterati silenzi. Federica scoppiò a ridere e lasciandosi ad un abbraccio caloroso, mi disse che ero troppo forte. Quello fu il mio primo contatto fisico con qualcuno del gruppo. Solo a quel punto,sorridendo mi mostrò alcuni santini che teneva gelosamente conservati nel borsellino, disse che glieli aveva regalato sua nonna, confessandomi poi che non se ne separava mai, considerandoli un po’ come suoi portafortuna. Seppure avrei avuto da ridire circa la sacralità delle immagini, e che non avrebbe dovuto confondere il sacro col profano, non dissi nulla rallegrandomi con lei. Ci lasciammo così dietro promessa che ci saremmo rivisti come tutti i giorni dopo i compiti.
La settimana successiva tornai così nel gruppo come nulla fosse avvenuto, percepii però che nell’aria si respirava un’aria del tutto diversa. Dell’accaduto ne parlai ovviamente con don Paolo, il quale fiero di me, mi suggerì di non mollare, e che secondo lui avevano interagito bene, era stato fatto un primo passo, ora bisognava soltanto proseguire su quella strada cercando di farmi venire qualche idea che potesse coinvolgerli ad accostarsi alla parrocchia.
In parrocchia oltre alla bella Chiesa di ordine francescano, per altro ricca di una grande sagrestia, vari uffici parrocchiali, l’oratorio, un teatro, e un campetto da calcio, c’è un’ala adibita esclusivamente ad alloggi ad uso dei sacerdoti, dove spesso però, capitava che la casa generalizia, inviasse giovani seminaristi, i quali vivevano in tutto e per tutto come i prelati già coperti da voti perpetui, i giovani novizi, ragazzi della mia età o poco di più, rimanevano tutto il giorno in parrocchia collaborando con il corpo sacerdotale. Ovviamente non potevano officiare messa tantomeno poter confessare nessuno.
Seminaristi si, ma pur sempre poco più che adolescenti. Non era raro difatti vederli riuniti assieme ad altri sacerdoti cimentarsi in qualche partitella di calcetto nel campetto dell’oratorio. Fu proprio in una di queste riunioni all’oratorio che pensai subito a quello poteva essere un ottimo espediente di poter accostare i miei amici in chiesa. Avrei organizzato una partita di calcetto in parrocchia tra i miei compagni e i ragazzi seminaristi. Ne parlai prima con Adele, la quale senza troppo entusiasmo mi disse che avrei potuto provare, seppure, secondo lei alla fine i ragazzi del muretto non avrebbero accettato. Convinto più che mai del contrario, il pomeriggio stesso ne parlai con i miei amici.
<< Ragazzi vi andrebbe di accettare una sfida di calcetto contro la squadra dell’oratorio?>> Marco, il più scafato dei ragazzi, quello considerato un po’ il leader del gruppo con aria diffidente ma incuriosita rispose.
<< E chi sarebbero questi? Perche poi vorrebbero sfidare proprio noi?>>
Alleggerii subito i toni per evitare che la cosa non fosse interpretata come un affronto.
<< In realtà loro non sanno neppure che voi esistete, tanto meno che giocate a calcetto, ma bensì, sono io che ieri quando qualcuno di loro mi chiedeva se conoscessi ragazzi con cui poter giocare contro, ho detto che ci sarebbe stata la possibilità di sfidare dei miei amici di comitiva, del resto siete o no i miei amici, gli unici che conosca e che di tanto in tanto giocate? Tutto qui.>>
A quel punto tutto tornò sereno, quindi ottenuta la loro disponibilità, me ne tornai in parrocchia per parlarne con il parroco il quale si mise subito in movimento per organizzare l’incontro. Ci ero riuscito!!
Il giorno dell’incontro un pomeriggio fresco, nessuno dei sacerdoti era vestito “da prete” neppure don Paolo che si presentò al campetto vestito come non l’avevo mai visto prima, scarpe da ginnastica, jeans, ed una polo rossa, e che per l’occasione si era proposto di arbitrare l’incontro. Non sembrava neppure di essere in un oratorio parrocchiale. Un po’ alla volta giunsero i ragazzi, anch’io arrivai con loro su suggerimento del mio parroco. Una volta sul campo di gioco in terra battuta, l’arbitro volle che tutti ci presentammo stringendoci la mano, la cosa aveva un’aria così ufficiale che sembrava davvero un’incontro di serie A. Prima del calcio di inizio, don Paolo ricordò a tutti di mantenere un comportamento leale e corretto, ma che soprattutto, quella che stava per iniziare era un incontro con obbligo di rivincita, e che quindi ci si saremmo dovuti rivedere in data da concordare. Lessi negli sguardi dei miei amici un certo compiacimento, la seriosità dell’evento gli era gradita, si stavano sentendo importanti e a quell’incontro ci tenevano, lo capii dalla loro casacche, tutte uguali, era il loro completo ufficiale. Solitamente quando giocavano ai campetti dietro il commissariato di zona, ognuno veniva vestito con qualcosa di diverso, spaiato e di colore diverso. I seminaristi invece non avevano nessun completo particolare, ma anche loro erano tutti vestiti allo stesso modo, una maglietta di cotone bianca della salute con pantaloncino nero. Dagli spalti erano assiepate una ventina di persone come spettatori, le ragazze del gruppo, e qualche frequentatore della parrocchia, oltre chiaramente al resto del corpo sacerdotale della chiesa. I miei amici erano davvero bravi, difatti, poco dopo andammo subito in vantaggio sui giovani seminaristi, e dopo manco un quarto d’ora realizzammo facilmente altre due reti. A quel punto avvenne una cosa bellissima a cui non avrei dai creduto. Marco, il nostro capitano, chiese all’arbitro di fermare il gioco e proporre uno scambio di giocatori. Il divario tecnico era abissale. Così avvenne, tre dei nostri giocatori si tolsero la maglia e se la scambiarono con quelle dei neo francescani, e così tutti ripartimmo. Il tifo rallegrava e dava carica all’incontro. La partita fu comunque vinta da noi, ma non certamente come sarebbe potuta finire senza il provvidenziale rincalzo avvenuto grazie a Marco. Al fischio finale dell’arbitro, tutti ci stringemmo nuovamente la mano e qualcuno azzardò anche qualche abbraccio. Terminata l’incontro quando oramai i miei amici stavano per tornarsene a casa, don Paolo estrasse l’asso dalla manica e disse. << Ragazzi fermi tutti, sul più bello che fate volete andarvene? Abbiamo preparato del tè caldo e qualche dolce preparato proprio dagli sconfitti, venite ci farebbe piacere dividerlo tra tutti.>> Ci guardammo tutti negli occhi, poi, come era inevitabile che andasse, tornammo tutti indietro, nessuno escluso tifosi compresi nella sala del refettorio a mangiare e bere. Notai proprio in Marco uno strano silenzio, si guardava attorno incuriosito, chissà cosa mai credeva ci fosse in un luogo come quello dove aveva appena trascorso due ore di pieno divertimento. Intanto i ragazzi del seminario si prodigavano ad offrire tutto ciò che la tavola imbandita offriva, alcune ragazze tra cui Federica sentivo che chiedevano ai ragazzi come si trovassero e vivessero in una chiesa. Insomma, il tutto non si stava limitando al mangiare e bere per poi di fretta andarsene, anzi, carpivo che stava succedendo qualcosa, si familiarizzava, seppure attraverso la semplice curiosità. D’un tratto incrociai lo sguardo di don Paolo, il quale mi fece un sorriso compiaciuto e di soddisfazione come per dirmi, “ Bravo, tutto merito tuo”.
Quando fu poi il momento di andarsene don Paolo si offrì di farci strada, dato che nel frattempo erano stati chiusi tutti i portoni a chiave, quindi dovemmo per forza uscire dall’unica portone rimasto aperto, quello che generalmente viene chiuso per l’ultimo, quello principale della chiesa. Così ci avviammo attraverso la sagrestia per entrare in chiesa da dietro l’altare. Appena messo piede in chiesa, tutti si zittirono, e seguendo il sacerdote, in direzione del Signore ognuno si segnò. Non volevo credere che attraverso una semplice partitella di calcetto potessi arrivare a tanto.
venerdì 8 luglio 2011
Quindici minuti....
Conosco la tua miseria, le lotte e le tribolazioni della tua anima, le deficienze e le infermita' del tuo corpo: - so la tua vilta', i tuoi peccati, e ti dico lo stesso: "Dammi il tuo cuore, amami come sei...". Se aspetti di essere un angelo per abbandonarti all'amore, non amerai mai. Anche se sei vile nella pratica del dovere e della virtu', se ricadi spesso in quelle colpe che vorresti non commettere piu', non ti permetto di non amarmi. Amami come sei. In ogni istante e in qualunque situazione tu sia, nel fervore o nell'aridita', nella fedelta' o nella infedelta', amami... come sei.., Voglio l'amore del tuo povero cuore; se aspetti di essere perfetto, non mi amerai mai. Non potrei forse fare di ogni granello di sabbia un serafino radioso di purezza, di nobilta' e di amore? non sono io l'Onnipotente?
E se ml piace lasciare nel nulla quegli esseri meravigliosi e preferire il povero amore del tuo cuore, non sono io padrone del mio amore? Figlio mio, lascia che Ti ami, voglio il tuo cuore. Certo voglio col tempo trasformarti ma per ora ti amo come sei... e desidero che tu faccia lo stesso; io voglio vedere dai bassifondi della miseria salire l'amore. Amo in te anche la tua debolezza, amo l'amore dei poveri e dei miserabili; voglio che dai cenci salga continuamente un gran grido: "Gesu' ti amo". Voglio unicamente il canto del tuo cuore, non ho bisogno ne' della tua scienza, ne' del tuo talento. Una cosa sola m'importa, di vederti lavorare con amore. Non sono le tue virtu' che desidero; se te ne dessi, sei cosi' debole che alimenterebbero il tuo amor proprio; non ti preoccupare di questo. Avrei potuto destinarti a grandi cose; no, sarai il servo inutile; ti prendero' persino il poco che hai ... perche' ti ho creato soltanto per l'amore. Oggi sto alla porta del tuo cuore come un mendicante, io il Re dei Re! Busso e aspetto; affrettati ad aprirmi. Non allegare la tua miseria; se tu conoscessi perfettamente la tua indigenza, morresti di dolore. Cio' che mi ferirebbe il cuore sarebbe di vederti dubitare di me e mancare di fiducia. Voglio che tu pensi a me ogni ora del giorno e della notte; voglio che tu faccia anche l'azione piu' insignificante solo per amore. Conto su di te per darmi gioia… Non ti preoccupare di non possedere virtu': ti daro' le mie. Quando dovrai soffrire, ti daro' la forza. Mi hai dato l'amore, ti daro' di saper amare al di la' di quanto puoi sognare... Ma ricordati... amami come sei... Ti ho dato mia Madre; fa passare, fa passare tutto dal suo Cuore cosi' puro. Qualunque cosa accada, non aspettare di essere santo per abbandonarti all'amore, non mi ameresti mai... Va...
martedì 21 giugno 2011
Il tempo della paura.
Il tempo lo sanno tutti, per sua natura scorre libero e per fatti suoi come il vento, al contrario di come sostengono in molti, che talvolta sia più veloce, e in altre troppo lento. In realtà il tempo scorre e basta, senza dar retta a nessuno. Va da sé, come ha sempre fatto da che Dio lo ha voluto. Per tutto il resto invece, capita che le cose cambino, inesorabili, spesso senza comprenderne le ragioni. E per me, un vecchio ebreo sulla via del tramonto, certe faccende su come vada il mondo, oramai non mi stupiscono più.
In ottanta anni suonati da un pezzo, ho assistito a mille commedie messe in scena dalla vita, mio malgrado, quasi sempre dalla poltrona più scomoda del teatro dell’esistenza umana.
In ottanta anni suonati da un pezzo, ho assistito a mille commedie messe in scena dalla vita, mio malgrado, quasi sempre dalla poltrona più scomoda del teatro dell’esistenza umana.
Giorni fa, mi è capitato di assistere ad un fatto sconcertante. Attraversavo in macchina in compagnia di un amico, la piazza di un elegante quartiere della città, improvvisamente rimasi colpito da l’inusuale gesto di un anziano, all'incirca della mia età. Ricordo che era ben vestito, distinto nel portamento, indossava un abito di sicuro taglio sartoriale, gessato, senza cravatta e con la camicia aperta forse di un bottone di troppo. Si reggeva a stento con una mano ad un albero, mentre con l’altra, nervosamente e con non poche qualche difficoltà tentava di aprirsi la patta dei pantaloni, con l’esigenza impellente di fare un bisogno. I suoi movimenti erano lenti, sul viso si poteva leggere una certa sofferenza mista ad imbarazzo e inadeguatezza per ciò che si stava accingendo a fare. Ma il suo tentativo fallì.
Da li a breve una grande macchia scura gli macchiò i pantaloni, assieme alla vergogna verso alcune persone le quali noncuranti del suo disagio, gli passavano accanto voltando lo sguardo da un'altra parte. Chiesi così al mio amico, ignaro di quel che era accaduto, di fermarsi nell’intento di scendere ed avvicinarlo e capire come aiutarlo.
L’ultima volta che vidi un uomo farsi la pipì nelle braghe, mi impressionò a tal punto da rimuoverlo completamente dalla mente. Quell’uomo era mio padre.
Da li a breve una grande macchia scura gli macchiò i pantaloni, assieme alla vergogna verso alcune persone le quali noncuranti del suo disagio, gli passavano accanto voltando lo sguardo da un'altra parte. Chiesi così al mio amico, ignaro di quel che era accaduto, di fermarsi nell’intento di scendere ed avvicinarlo e capire come aiutarlo.
L’ultima volta che vidi un uomo farsi la pipì nelle braghe, mi impressionò a tal punto da rimuoverlo completamente dalla mente. Quell’uomo era mio padre.
Accadde in una mattina di primavera del 1943, insieme ce ne stavamo tornando a casa a piedi dopo un'intera mattinata passata ai mercati generali di via Ostiense, nel tentativo di vendere qualche refuso di magazzino del negozio di stoffe che la mia famiglia possedeva da anni in via del Tritone. Quando ad un tratto, mentre mi ero soffermo qualche metro indietro per curiosare in una vetrina di dolci, due soldati tedeschi scesero al volo da una camionetta armi alla mano, lo bloccarono per un controllo e chiedergli i documenti, che per altro mio padre quella mattina non aveva portato con se. Avrò avuto circa tredici anni. Rimasi come impietrito dinanzi a quel negozio di cannoli siciliani e meringhe al cioccolato, alla vista di quei due militari armati di mitra, che gridavano all’indirizzo di mio padre cose a me del tutto incomprensibili. Sapevo bene cosa avrei dovuto fare, già da tempo, i nostri genitori, a me e ai miei fratelli, ci avevano fatto scuola su come comportarci in simili circostanze. Riuscii per un istante ad incrociare il suo sguardo, con gli occhi colmi di terrore, mi fece segno di andar via. Secondo i suoi consigli, con calma avrei dovuto voltare le spalle, girarmi e lentamente proseguire nella direzione opposta alla sua. Come difatti feci, con le gambe tremanti mi voltai, ed iniziai lentamente ad incamminarmi verso l’angolo della strada, per poi scappare di corsa a casa ad avvertire mamma dell'accaduto. Il cuore mi batteva in petto così forte da riuscire a sentirne i battiti. Ma un istante prima di voltare l’angolo, fui preso da qualcosa più grande di me, contravvenendo alle sue istruzioni, voltai la testa per rivederlo ancora un istante, fu solo allora che vidi chiaramente per la prima ed unica volta, la paura di mio padre disegnata con una grande chiazza scura nei pantaloni. Quello fu l’ultimo ricordo di mio padre in vita.
<< Alberto fermati !!!>> Gridai al mio amico, che bloccò di colpo la macchina sul marciapiede ad un passo da quell'uomo. Afferrai la maniglia della portiera, aprii lo sportello, ma nell’istante in cui avrei volevo correre in suo aiuto, le gambe inspiegabilmente mi si bloccarono avvolte dal tremore, precisamente come accadde sessant’anni prima, il cuore iniziò a palpitare velocemente, non ero più in grado di muovere un solo muscolo, rimasi così impietrito per metà fuori dalla macchina. L’uomo accortosi di ciò che intanto stava accadendo, si voltò verso di noi, mi fissò con uno sguardo dolcissimo, accennando un sorriso d’imbarazzo. Poi farfugliando qualcosa che entrambi non capimmo, si abbottonò la giacca, fece un saluto di ringraziamento e così lentamente sparì dalla nostra vista.
Lo scorrere naturale e libero del tempo lo decide soltanto Dio, è come il vento, Lui sa come, quando e perché le cose tornano, anche solo per un istante, seppure cariche di gioia e di paura.
Cantico di Zaccaria - Lc. 1. 68-79
Cantico di Zaccaria ( Lc. 1. 68-79 )
Benedetto il Signore, Dio di Israele,
perché ha visitato e redento il suo popolo
e ha suscitato per noi una salvezza potente
nella casa di Davide suo servo,
come aveva promesso
per bocca dei suoi santi profeti di un tempo,
salvezza dai nostri nemici
e dalle mani di quanti ci odiano;
così Egli ha concesso misericordia ai nostri padri
e si è ricordato della sua Santa Alleanza,
del giuramento fatto ad Abramo nostro padre
di concederci, liberati dalle mani dei nemici,
di servirlo senza timore in santità e giustizia
al suo cospetto per tutti i nostri giorni.
E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell'Altissimo,
perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade,
per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza
nella remissione dei suoi peccati,
grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio,
per cui verrà a visitarci dall'alto un sole che sorge,
per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra della morte,
e dirigere i nostri passi sulla via della pace.
martedì 14 giugno 2011
Gilad il figlio di tutti.
Galid
Riflettendo su questa penosa storia di usurpazione della libertà, continuano a frullarmi nella testa una serie di interminabili domande che mi sono posto perlomeno un milione di volte, ma a cui, tuttavia non riesco ancora a dare nessuna concreta e ragionevole risposta.
Mi chiedo, ad esempio, dove si trovi la forza di negare da oltre cinque anni, la libertà ad un ragazzino, all’epoca dei fatti appena ventenne? Il coraggio di impedirgli di vivere la sua vita, negargli di poter crescere accanto all'affetto dei suoi cari, frequentare i suoi amici. Coltivare un amore tutto suo. In una sola parola, ...VIVERE!!!
Quando poi tutto questo un giorno finirà, continuerò a chiedermi, chi restituirà a Gilad quel’immenso “buco nero” nella sua vita, da cosa sarà colmato? Quali drammatici danni avrà causato tanta cattiveria nella sua mente.
Ma tutto questo, ha una ragione? E’ risolutivo a qualche logica? Servirà a portare pace?
Ma più di ogni altra cosa ora il mio pensiero va a Galid, mi soffermo a pensare alle sue notti buie, agli assordanti silenzi attorno a lui, alle sue paure, alle sue speranze, i suoi progetti forzatamente accantonati, augurandomi che ne abbia ancora.
E allora non posso fare a meno di pensare ai suoi carcerieri, quei giovani ragazzi, probabilmente suoi coetanei, ma già protagonisti anch’essi del più basso e meschino atto di terrorismo, lordi del peggior reato esistente, la negazione della libertà.
Di certo ignari della profonda sensibilità di Gilad, quel ragazzino israeliano che un giorno a scuola con il cuore colmo di speranza, auspicava la pace nel suo paese e tra la sua gente, attraverso un disegno oramai divenuto l’icona della repressione. In ultimo, inevitabilmente ne traggo una sola conclusione, ed un’ultima domanda, ma se Gilad, anziché essere il figlio di tutti, come in realtà tutti dovremmo sentire essere, oramai simbolo di un male che sembra inevitabilmente incurabile, fosse stato davvero figlio nostro cosa avremmo fatto, saremmo rimasti a guardare noncuranti come il mondo da troppo tempo sta facendo? Buona fortuna Galid, arrivederci a Gerusalemme a presto.
mercoledì 8 giugno 2011
Racconto. "Il barbiere e l'avvocato"
Quel mercoledì mattina era una giornata nuvolosa nonostante fossimo già a marzo inoltrato. Infuriavano vento e pioggia come in un cupo giorno d’autunno. Ed in tutto questo, per il tornaconto di un barbiere non c’era nulla di buono. Avrei dovuto rinunciare all’aspettativa di un buon incasso, per giunta proprio il mercoledì, chissà per quale strana ragione, le barberie sono sempre stati luoghi poco frequentati.
Intanto, come prevedevo, assieme al cattivo tempo la mattinata scorreva lenta e senza vedere neppure l’ombra di un cliente, neanche per una misera rasatura. Così, cercando di colmare le ore vuote e non girarmi i pollici ad aspettare qualche zazzera da sfoltire, iniziai a fare qualche pulizia. Ripulii tutti i rasoi dopo averli accuratamente affilati passandoli con cautela sulla lingua di cuoio, lavai e divisi tutti i pettini sul bancone da lavoro in ordine d’uso, per prima i più corti e sottili adatti alle sfumature basse, passando poi a quelli a denti larghi per le acconciature più voluminose. Ricolmai le boccette semi vuote di lozione, quindi sbollai dalla confezione nuova la storica brillantina “Linetti” smistandola sulle varie tolette richiesta dei clienti più virtuosi ed esigenti. In ultimo spazzai scrupolosamente in ogni angolo del salone, anche il più nascosto, quindi spolverai ogni ripiano rimasto impolverato.
Attorno all’una avevo praticamente finito, non c’era da far altro che sedermi e sperare in qualcuno che approfittasse della pausa pranzo per far ordine in testa. Difatti, poco prima dell’orario di chiusura si affacciò finalmente il primo cliente della giornata.
Si trattava di un nuovo cliente, un signore mai visto prima. Pensai ad un cliente di passaggio, uno di quelli che vedi una sola volta e poi non li rivedi mai più. Una circostanza questa che capita solo in alcuni quartieri della città come questo, dove magari ci si viene una sola volta per un appuntamento in uno studio legale, o per passare una visita specialistica, o semplicemente per deporre in un’udienza in tribunale, tutti luoghi questi, in prossimità del mio salone. Era un uomo dall’aspetto imponente, alto quasi due metri, vestito in modo elegante, in giacca e cravatta e valigetta al seguito. Osservai sull’occhiello della giacca, spiccava la spilla del Rotary Club, un icona per pochi eletti, appartenenti a categorie professionali di ottima reputazione, generalmente conferito a quelle persone che esercitano un'attività o una professione altamente stimata, nonché, persone con particolari meriti culturali. Aveva una zazzera di capelli foltissimi neri come la pece ad eccezione delle tempie, dove iniziavano timidamente a fare capolino qualche capello bianco. Ostentava un prezioso cronografo d’oro, unico vero gioiello consentito ad un uomo, come taluni sostengono. Superate le abituali formalità, lo feci accomodare in poltrona. Appena seduto in modo molto risolutivo e sicuro di sé, iniziò a spiegarmi nei dettagli come avrebbe voluto essere servito. Desiderava un taglio di capelli molto corto ad altezza del dorso del pettine, la sfumatura alta tre, quattro centimetri sopra il colletto della camicia, le basette corte, ma non troppo e ben assottigliate. Desiderava inoltre che dopo il taglio gli facessi una sola passata di shampoo antiforfora, quindi, mi chiese una lozione, a patto che non fosse ne troppo alcolica, ne troppo profumata. Sapeva il fatto suo. Uno di quei personaggi che in altri contesti più spicci verrebbe chiamato un rompiscatole.
Pertanto, una volta avvolto da una mantella fresca di bucato, silenzioso iniziai il mio lavoro mentre lui senza mai staccare lo sguardo dalla sua immagine riflessa allo specchio, osservava con attenzione ogni mio movimento. Certamente era un tipo di poche parole, ed io lo assecondai rimanendo a bocca chiusa.
Ma a metà del mio lavoro interruppe il silenzio e commentò:
<< E’ da molto tempo che fai questo mestiere? >>
<< Praticamente da ragazzino >> risposi, rimanendo colpito dalla curiosa domanda, oltre al fatto che si rivolse a me dandomi liberamente del tu. Ma sapevo già che in un quartiere come quello, certe libertà potevano capitare, non fosse stato altro per l’avanzata età della clientela, costituita prevalentemente da gente anziana, perlopiù vecchi ufficiali militari in pensione, quindi, seppure in buona fede, pur sempre abituati a certe distanze gerarchiche. Benché lui, non era certo tra questo genere di persone.
<< Non hai mai pensato di fare altro? Che so’ ad esempio un lavoro che non ti costringa chiuso dentro quattro mura per tutto quanto il giorno. >> replicò.
Ovviamente lui non poteva immaginare neppure lontanamente, che avevo ripreso a fare il barbiere soltanto da un mese e dopo quasi vent’anni, vestito in giacca e cravatta, proprio come era conciato lui, equipaggiato della solita valigetta, sempre incollata alle mani come fosse un tatuaggio, sbattendomi poi in lungo e in largo per la città, nell’auspicabile tentativo di vender case da perfetto agente immobiliare quale ero. Ma soprattutto che da circa un ventennio, non avevo più preso tra le mani un paio di forbici, se non in sporadiche circostanze per amici e parenti. Evitai così di dirgli tutto questo, per nulla poteva credere che non fossi più in grado di soddisfarlo. Anzi, risposi flemmatico che non mi era mai passato per la mente fare altro che tagliare capelli e radere barbe, aggiungendo poi, che quel mestiere era sempre stato ciò che avevo sognato di fare fin da ragazzino. Quindi silenzioso proseguii nel mio lavoro.
<< Eppure a mio modo di vedere, talvolta nella vita varrebbe la pena variare le proprie scelte, del resto le stesse che spesso ci vengono imposte da altri, o in qualche modo, da situazioni fuori dal nostro controllo. >>
La sua ostinata insistenza ora iniziava ad infastidirmi. Sembrava fossi obbligato a dargli ragione per forza, solo perche lui era il cliente ed io colui che per il timore di perderlo come tale, dovessi acconsentire per ogni cosa gli passasse per la mente. Per la verità questa seccante situazione in un certo senso mi era piuttosto familiare, mi sembrava di ricalcare una vecchia storia già vissuta centinaia di volte durante la mia precedente attività di mediatore. Infatti, in passato ogni qual volta che mi capitava di dover andare a discutere l’affidamento di un incarico di vendita, presso lo studio legale incaricato della parte venditrice, non c’era volta in cui non dovessi fare veri e propri salti mortali per arginare i soliti pregiudizi. Tuttavia, capivo bene che la reticenza nei miei riguardi e verso la categoria che rappresentavo, era abbastanza giustificata, non fosse altro per dare un senso alla parcella che il giurista avrebbero poi richiesto. Così, finiva per essere un continuo sollevare obiezioni per ogni clausola del prestampato, spesso senza alcuna logica, dato che l’argomento della contrattualistica, non era sempre il campo giuridico che abitualmente trattava l’avvocato di turno incaricato. Così, il tutto ogni volta si concretizzava con un ribadire il ribadito, o sottoscrivere di pugno ciò che in realtà veniva già citato nel mio contratto, soltanto con una diversa terminologia contrattuale. Come ad esempio la più ricorrente, la clausola inerente l’esclusione da parte della venditrice al pagamento delle provvigioni, che citava esattamente così: “Alla proprietaria andranno € ( X ) al netto di ogni qualsiasi spesa”. Il concetto non lasciava dubbi interpretativi di nessuna sorta, era sufficientemente chiaro che la proprietaria non dovesse pagare nulla, ma tutte le volte per l’avvocato di turno non era così, non andava bene. Bisognava esser più chiari. Quindi, armato di buona pazienza quasi sempre dovevo aggiungere di pugno la solita reiterata pappardella: “ La società X, fa presente sin d’ora la proprietaria non dovrà pagare nessuna commissione in nessun caso a nessun titolo o ragione”. Solo a quel punto, l’avvocato autorizzavano l’assistito a sottoscrivere l’affidamento in esclusiva della casa.
Comunque, per tornare alle sue insistenze, annuii ma non gli risposi, a quel punto lui forse insoddisfatto del mio mancato commento, rincarò la dose aggiungendo.
<< Non vorrà mica dirmi che neanche su questo è d’accordo? >>
Riflettei qualche istante prima di aprire bocca, del resto, visti i ruoli che ci dividevano e considerando il tono insistente con il quale mi era stata posta la domanda, era necessaria una risposta, pur facendo bene attenzione che non fosse troppo sgarbata, e al tempo stesso esaustiva, da ciò sarebbe dipeso il rischio di perdere o mantenere un cliente. Non intendevo scalfire la sua suscettibilità.
<< Lei di cosa si occupa? >> Chiesi.
<< Caparbio, rispondere ad una domanda con un’altra domanda, dove l’ha imparato? >>
Commentò sorridendo, aggiungendo poi perplesso, evidentemente perché gli sfuggiva dove volessi andare a parare, ignorando del tutto che certi “giochetti”, come quello di girare le domande per anni erano state per me pane quotidiano.
<< Comunque io sono un avvocato, un avvocato penalista per la precisione. >>
Così continuai dicendo.
<< In effetti, la sua osservazione mi fa pensare, mi domando quante persone siano davvero pronte a capovolgere le proprie rotte, di certo veri temerari, non saprei chiamarli in un altro modo. Dovessi immaginare qualcuno capace a certe imprese, mi verrebbe in mente proprio una persona come lei, con le sue stesse caratteristiche.>>
Fece un espressione vanitosa, sul viso gli affiorò come per incanto un ghigno colmo di boria. Noncurante proseguii.
<< Per caratteristiche intendo proprio quelle fisiche, immaginerei ad una persona di notevole statura per giunta con una testa fitta di capelli, fronte bassa e spalle larghe, insomma, un po’ come lei. Se permette, vorrei chiederle invece se a lei è mai venuto in mente di capovolgere la sua vita nel tentativo di cambiarne le sue prospettive …? >>
Accennando un sorriso di sufficienza, senza celare una velata smorfia di disappunto, rispose.
<< Obbiettivamente questo è un dettaglio a cui non mi sono mai soffermato a riflettere, la verità è che a me piace fare l’avvocato, si figuri, lo era mio padre, e ancor prima di lui mio nonno, e non mi stupirei se mio figlio facesse altrettanto. Senza alcun dubbio sento di poter dire che la giurisprudenza scorre nelle vene della mia famiglia da intere generazioni. Tuttavia non scarto l’ipotesi che sia impossibile riuscire ad occuparsi d’altro. >>
Assecondai il suo sorriso ed garbatamente gli chiesi.
<< Tra le tante ipotesi potrebbe esserci anche il mio mestiere, per esempio? >>
Quindi con l’autorevolezza di un professore in cattedra, rispose:
<< Bhè, che significa, c’è una gran bella differenza che divide le due cose, intanto la mia è una professione, per giunta molto complessa, raggiungibile soltanto dopo anni di faticoso studio, teso poi ad ottenere una laurea, requisito indispensabile per sostenere in seguito un complicato esame di stato. Viceversa, il tuo è un mestiere, uno dei tanti, per carità … rispettoso, molto dignitoso, ma pur sempre un mestiere. Senza offesa, ma non credo che per impararlo tu abbia trascorso notti intere sui libri, sbaglio forse? … >>
Con le mie domande avevo di sicuro toccato il suo orgoglio professionale, la sua suscettibilità aveva fatto capolino nel mio delicato tentativo di affiancare i rispettivi lavori, ma non volevo mollare.
<< No di certo, imparare un mestiere non richiede passare notti insonni sui libri, tantomeno una laurea, tuttavia, come in tutti i lavori se si intende farli nel modo giusto bisogna impegnarsi, intanto rinunciare a tutto quanto il resto, trascorrere poi tanto tempo nelle botteghe ad osservare maestri capaci, ed infine, dopo un lungo apprendistato frequentare vari corsi accademici, sostenere esami teorici e pratici per acquisire infine una “ qualifica professionale” riconosciuta solo dalla Regione, in ultimo, finalmente avere il coraggio e la forza economica di aprire il proprio salone ed iniziare a svolgere la “professione”. Cioè, proprio quello che sto facendo ora con lei. Insomma come avrà capito, anche un mestiere come questo, uno dei tanti, non richiederà certo nottate di studio, ma non di meno, una grande attenzione ed un infinito spirito di sacrificio. >>
Per tutto il tempo, l’avvocato rimase attento ad ascoltare ogni mia parola, frattanto si era anche tolto dalla faccia quella smorfia di sufficienza, sostituendola con quella di una persona comprensiva e concorde con tutto ciò che gli avevo illustravo.
<< Bhè allora a questo punto mettiamola così, diciamo pure che siamo entrambi due bravi professionisti nello svolgere le nostre rispettive professioni, che ne pensa, è d’accordo? >>
Intanto avevo quasi ultimato il mio lavoro, e lui intanto era passato dall’arbitrario tu, al riguardoso lei.
<< Avvocato, servito !! … >> dissi, sfoggiando un loquace sorriso, aggiungendo poi.
<<Certo, come potrei non essere d’accordo, tra persone comprensive si parla una sola lingua.>>
Pagò il servizio e ritirò il resto, così gli chiesi se fosse rimasto soddisfatto del taglio, si passò una mano tra i capelli buttando lo sguardo allo specchio, quindi con tono loquace rispose,
<<Ma certo che si, del resto mi è bastato poco per rendermi conto della sua competenza, l’ho intuito subito da come si destreggiava con pettine e forbice alla mano, è così chiaro che lei nella vita non abbia fatto altro, se lo lasci dire, io me ne intendo, certi intuiti fanno parte del mio mestiere, lei non potrebbe fare che il barbiere, ma sopratutto complimenti per la rapidità, solitamente a me secca sprecare inutilmente troppo tempo, davvero apprezzabile. Un consiglio … dimentichi tutto quello che le ho detto a riguardo dell’ipotesi di provare a far altro, vista la penuria di bravi artigiani, sarebbe davvero una sciocchezza perdere un bravo barbiere come lei, un errore imperdonabile …>> Ci salutammo cordialmente, in fretta si rimise il paltò ed uscì.
Da allora, non lo rividi mai più.
Racconto "L'autorevole cittadino"
Per mia fortuna, ho sempre ritenuto l’ordine e l’igiene due virtù assolutamente indispensabili, a maggior ragione poi in un salone da barbiere. Due irrinunciabili qualità, in assenza delle quali, ne andrebbe compromessa la reputazione e l’avviamento di qualsiasi attività per giunta poi se abbia a che fare con il pubblico. Ricordo che tanti anni prima di divenire titolare del mio attuale salone, ero stato assunto giovanissimo, come apprendista presso una famosa barberia del centro, precisamente in via dei Serpenti, a pochi passi da via Nazionale, tra il Colosseo ed il Quirinale. Ero stato scelto fra tanti apprendisti per fare poco più del “ragazzo spazzola” una figura allora abbastanza ricorrente nelle botteghe da barbiere di un tempo, ora praticamente sparita del tutto. Mio malgrado, nonostante fossi già capace di radere e tagliare capelli, in un negozio di quel livello non potevo certo dimostrarlo, prima di mettere le mani su un cliente bisognava fare gavetta e anche molta. I clienti erano tutt’altro che accomodanti e alquanto esigenti, non si sarebbero mai fidati di uno sbarbatello poco più che diciottenne. Del resto, il tessuto sociale della nuova clientela era totalmente diverso da quello a cui ero abituato io sino ad allora, avevo ancora troppa poca esperienza, per giunta acquisita in saloni di periferia. Dovevo abituarmi a trattare con un cliché di persone formato perlopiù da alti funzionari della banca d’Italia, noti personaggi dello spettacolo, senza contare poi la quotidiana presenza di autorevoli uomini politici ed affermati parlamentari. Difatti, qualcuno spiritosamente diceva che quel negozio sembrava essere la terza camera dello Stato. Una sorta di transatlantico fuori sede, dove gli avventori potevano scambiare quattro chiacchiere al sicuro da orecchie indiscrete. Il prestigio di quel salone di bellezza per uomo era noto ovunque e in qualche modo farne parte, mi riempiva d’orgoglioso allora, come ancora adesso.
* **
La permanenza in quell’ambiente mi forgiò a tal punto da divenirne un operaio rifinito di primo livello, sia dal punto di vista tecnico, come pure in quello dell’etica comportamentale. Ancora oggi gran parte del mio bagaglio professionale è attinto dall’esperienza assorbita tra le mura di quel prestigioso salone. A parte tutto questo, mi rimase sempre in mente un pensiero di quell’anziano principale che ripeteva spesso e volentieri la stessa frase: << Ricordate sempre, un negozio cresce solo quando non ci sono i clienti. >>. Un concetto quello davvero difficile da decifrare, soprattutto perché allora ero alle mie prime armi. All’epoca dovevo per forza capire come fosse possibile un fatto in apparenza così tanto assurdo. Quando lo chiedevo a qualche mio collega mi veniva risposto sempre la stessa cosa: “Domandaglielo” Così un giorno mi feci coraggio e glielo chiesi. Mimmo, era così che si chiamava il principale, ridacchiando sotto i baffi mi fece accomodare accanto a lui, e così iniziò a spiegarmi il perche di quella frase, che a sua volta, gli venne riportata dal suo principale oltre sessant’anni prima. Ebbene la risoluzione era più semplice di quanto pensassi, ossia, secondo quel principio, un negozio andava nutrito e curato proprio come si farebbe nei riguardi di un figlio, e non come molti credono solo con l’incasso di tutti i giorni. Aggiungendo che per quanto possa apparire assurdo, l’incasso era forse l’ultima cosa, prima bisognava occuparsi di tutto quanto il resto, seppure ovviamente anche quello del guadagno era un elemento da non trascurare. Le sorti di un negozio, diceva, per essere apprezzato e frequentato, bisognava renderlo accogliente, insomma, bisognava curarlo, e in quale momento era possibile farlo se non quando non c’erano clienti? << Quindi >> proseguì, << Come avrai capito, il negozio cresce e ti da molto, soltanto in assenza dei clienti. >>
Ma questo non era l’unica massima del signor Mimmo, spesso ne citava altre, come ad esempio: << Il negozio dà, e la casa toglie. >> oppure << Chi lavora sbaglia, chi non lavora non sbaglia. >> E via, via molte altre perle di saggezze popolari, a cui forzatamente eravamo tutti tenuti a dare ascolto.
Ma mentre continuava a espormi le ragioni di quel pensiero, una manicure gli si avvicinò e gli disse che era desiderato al telefono per un appuntamento, era la segreteria particolare di colui che all’epoca ricopriva la seconda carica dello stato, il presidente del Senato. Sorridente si alzò e facendomi un’affettuosa scafetta sulla guancia mi disse che il giorno in cui avrei aperto il mio salone, avrei dovuto far tesoro di quel prezioso consiglio. Da quel giorno tutto mi fu chiaro, aveva davvero ragione lui.
I miei pensieri di colpo furono interrotti dal suono del campanello, difatti un distinto giovanotto in giacca e cravatta era alla porta. Appena aprii, mi mostrò un tesserino dell’arma dei carabinieri, chiedendomi gentilmente se poteva ispezionare il locale. Senza parole, tantomeno senza chiederne le motivazioni, per istinto acconsentii, così lo feci accomodare. Con garbo e discrezione il militare esaminò tutto quello che secondo lui c’era da osservare, anche se sarebbe bastata anche solo uno sguardo, poiché il negozio era tutto li, mi chiese quindi di dare un’occhiata nel retro bottega, come pure nel bagno. A quel punto non capivo più se stavo subendo un controllo amministrativo o qualcosa di più grave vista quella specie di perquisizione, per cui con la sua stessa educazione, ma visibilmente seccato, chiesi cosa stesse accadendo. Scusandosi e rassicurandomi che non stava accadendo nulla, il milite mi informò che stava soltanto osservando delle normali misure di sicurezza, dato che da li a poco avrebbe fatto il suo arrivo “Il Presidente”.
***
Non capivo a chi facesse riferimento. Ma che per imbarazzo non gli chiesi. In effetti tra i miei clienti di presidenti ne venivano più di qualcuno, ma mai nessuno si era mai sognato di farsi addirittura precedere o scortare dai carabinieri, tanto meno a controllare se tutto fosse a posto. A quel punto non c’erano più dubbi, il presidente a cui si faceva riferimento, non poteva essere altri che un importante uomo politico. Magari proprio il più prestigioso e bene o male sapendo chi viveva nei paraggi del negozio, pensai persino al presidente della Repubblica. Finita l’ispezione, il giovanotto comunicò attraverso un piccolo auricolare posto sotto il polsino della giacca che era tutto ok. Poi fece un cenno all’esterno della vetrina con il pollice della mano sinistra all’insù, ed un attimo dopo altri due carabinieri in borghese si piazzarono ai lati dalla porta del salone, nel frattempo in strada due o tre macchine blu con lampeggianti accesi, bloccarono la strada al passaggio di entrambe le direzioni, fu solo allora che sbucò la macchina del presidente, si fermò proprio davanti al negozio da dove ne scesero prima tre uomini della scorta, uno dei quali si diresse spedito ad aprire lo sportello posteriore dov’era appunto seduto l’illustre personaggio, mentre altri uomini senza staccare mai lo sguardo in direzione dei tetti degli edifici antistanti, lo proteggevano, quindi finalmente entrò.
Non mi ero sbagliato, era proprio un uomo istituzionale. E di che istituzione … Quella mattina il destino volle che il mio salone si ricoprisse del grande onore di mettere le mani nella testa del più titolato rappresentante e primo cittadino della Repubblica Italiana. Per un istante mi venne in mente Mimmo, il mio vecchio principale, lui si che avrebbe saputo riceverla una simile autorità, mi domandai se io sarei stato in grado di fare altrettanto. Il locale era pulito ed ordinato come sempre, e questo era già qualcosa a mio vantaggio. In un certo senso Mimmo con i suoi consigli era idealmente li presente accanto a me, e questo mi diede un notevole coraggio. Appena entrò in compagnia dei suoi due angeli custodi, mi tese la mano, proprio come tutti coloro che vengono per la prima volta, quindi garbatamente si presentò, pronunciando nome e cognome, la cosa mi parve buffissima, quasi una burla, chi non conosceva il nome del proprio presidente? Del resto riflettendoci sopra, non poteva di certo dire semplicemente “Buongiorno” e rimanere zitto. Del resto quando un signore fa visita per la prima volta nel salone di un barbiere, si presenta, e ti dice il proprio nome, esattamente proprio come fece lui.
***
Così scambiammo due chiacchiere di cerimonia atte a rompere il ghiaccio reverenziale, in realtà, per essere più precisi, fu solo lui a parlare, era evidente il mio stato emozionale, quindi forse desiderava che stessi a mio agio. In quei pochi minuti parlammo di cose semplici, mi disse che nei giorni precedenti, passando aveva notato la nuova insegna di BARBIERE intuendo così che la nuova gestione, e che ne aveva apprezzato lo stile dal sapore retrò, tanto ché gli ricordava quella del barbiere del suo paese quando era ancora ragazzino. Mi domandò inoltre se ero sposato o se avessi bambini, poi senza che gli dicessi nulla ne dove, si accomodò da solo proprio sulla mia poltrona di lavoro, una delle tre che sfilavano in serie una dopo l’altra. Un intuito pensai, che evidentemente solo i presidenti della Repubblica posseggono. Non appena adagiato, uno dei carabinieri gli passo il telefono che intanto squillava già da un pezzo, conversò per circa cinque minuti, ma benché per educazione mi allontanai, capii che aveva poco tempo, giusto il lasso di una rasatura, difatti terminata la comunicazione mi chiese solo di raderlo, e fargli un paio di panni caldi, che sarebbe poi passato in seguito per un taglio di capelli. Avevo raggiunto così un piccolo record, ossia, senza averlo neppure sfiorato, capii che sarebbe stato mio cliente per una seconda volta.
Aveva la barba lunga di un giorno, l’osservai bene prima cercando di capire le varie direzioni del pelo, non potevo permettermi neppure una lieve sgranatura. Di certo non era affatto una barba semplice da radere, appena sotto il mento aveva tre vortici che giravano su loro stessi come mulinelli, certamente difficili da rasare senza correre il rischio di sgranarlo. Gli poggiai un panno di cotone bianco sul petto, quindi gli ricoprii copiosamente il viso di crema al mentolo, presi il pennello dalla vaschetta di acqua bollente ed iniziai così la saponata. Il presidente intanto appariva rilassato con la testa adagiata sul poggiatesta, sembrava un papa, gli occhi socchiusi, sembrava dormisse. Quando poi l’insaponata fu terminata al punto da sembrare simile ad un’unica grande palla di neve, afferrai il rasoio, lo disinfettai immergendolo nell’apposito barattolo colmo d’alcol etilico, con calma lo aprii ed iniziai a passarlo avanti e indietro sulla coramella, la lunga lingua di cuoio, solo a quel punto con un dito spostai il sapone per un centimetro sotto la basetta destra e ci poggiai sopra la lama affilata. Fu solo allora che il “capo” riaprì appena gli occhi e mi fece una confidenziale strizzatina d’occhio come a dire “ mi raccomando giovanotto, ricordati bene chi ha sotto i ferri” gli risposi con un sorriso d’intesa. Richiuse gli occhi continuando buono, buono a fare il cliente. Cominciai così a far scorrere lentamente la lama leggermente reclinata per tutta la guancia fino all’angolo della bocca senza fermarmi. Ripulito il rasoio su un apposito pezzetto di carta, poggiai nuovamente l’affilato arnese sotto il pomo d’Adamo del presidente, e con consumata sicurezza, tirai su dritto tutto di un colpo fin sotto la base del mento. A quel gesto percepii uno dei suoi angeli custodi deglutire nervosamente, mi voltai e abbozzando un sorriso con una strizzatina dell’occhio lo rassicurai. Ma lui serioso non contraccambiò. Finii prima del previsto, passando poi una mano in contropelo, non avvertii neanche l’ombra del gracchio di un pelo, tanto che non fu necessaria una seconda passata. Poi una volta tamburellato il viso con colpetti veloci delle mani per far assorbire bene la crema dopobarba, solo a quel punto lo destai. Intanto, l’inusuale trambusto fatto in strada poco prima, doveva aver sollevato la curiosità del vicinato, dato che notai qualcuno che iniziava far su e giù per il marciapiede antistante il negozio, allungando il collo nel tentativo di capire chi stessi servendo. Ci fu addirittura qualcuno che azzardò, nel tentativo di entrare, ma fu del tutto inutile, dato che gli uomini piazzati sulla porta, dopo aver mostrato loro il tesserino e date brevi spiegazioni, non facevano oltrepassare nessuno. Il presidente abituato a certe circostanze evidentemente intuì il disagio, cosicché quando feci un gesto rivolto ad un cliente come per dirgli di ripassare più tardi, si rammaricò, dicendomi che il tutto non dipendeva da lui, anzi, che se avesse potuto, avrebbe fatto volentieri a meno di quel protocollo tanto seccante, ma disgraziatamente indispensabile. A termine del servizio gli passai ancora due panni caldi, quindi, lo misi in congedo. Soddisfatto, senza neppure toccarsi il viso, si alzò apparentemente soddisfatto, anche se ero certo che, verosimilmente i suoi pensieri era in tutt’altro luogo forche li a pensare al mio servizio.
***
Una volta indossato il paltò e messosi il cappello, con mia grande sorpresa, si consumò in elogi circa la mia rapidità e la leggerezza della mia mano, << Una vera piuma .. >> disse, aggiungendo poi << Per altro di pregevolissima maestria >>. Il mio ego era alle stelle, rimasi senza parole a guardare ovunque fuorché la sua faccia, pensai solo di aver fatto una buona cosa del quale ne potevo andar fiero. Già mi vedevo in compagnia dei miei colleghi al bar a raccontare il tutto nei minimi particolari, << Ragazzi pago da bere a tutti, da oggi sono il barbiere del presidente della Repubblica …>> Pensai che da quel momento il mio salone poteva dichiararsi un vero salone di prestigio. Ma l’indifferenza dei carabinieri a certi elogi mi faceva intuire che certe cose fossero trite e ritrite. Poi, una volta comunicato all’esterno che sarebbero riusciti nuovamente tutti in strada, si riaccese di nuovo la giostra delle macchine di scorta tutte in fila una davanti all’altra, il blocco della carreggiata, le sirene spiegate e tutto quanto il trambusto di poco prima, quindi ad un cenno di un collega, fugacemente guadagnarono tutti l’uscita e in un attimo sparirono lasciandomi solo nel negozio.
Ma nell’emozione del tutto, e solo dopo, mi resi conto essermi dimenticato un piccolo e banale dettaglio, erano andati via tutti senza che nessuno mi avesse pagato ... Eppure Mimmo, il mio maestro me lo aveva anche detto, il danaro è forse l’ultima cosa, ma di certo un elemento da non trascurare …
Due giorni dopo quell’evento, si presentò a negozio lo stesso carabiniere della volta scorsa, pensai ci risiamo, ora si riaccende il carosello dell’ultima volta, il salone in quel momento era pieno di clienti, servire il presidente in quel momento per me sarebbe stato certamente un problema. Ma lui non entrò neppure, mi allungò una busta con su il fregio della Presidenza della Repubblica, e mi disse << Questo glielo fa avere personalmente il Presidente. Grazie.>> Salutò ed andò via.
All’interno della busta trovai un biglietto di carta rigido di pregevole fattura, dove di lato in rilievo c’era lo stesso fregio che appariva sulla busta, con una dedica scritta di suo pugno e dove si leggeva “ A Luca con affetto e simpatia … >> e sotto la sua firma. In un attimo rispolverai tutta l’amarezza avuta la volta precedente, pensai così, che quel gesto era infinitamente più prezioso del mancato danaro, bensì suggellava un attestato di stima e rispetto personale tra me e il mio presidente. Ma rimettendo poi a posto il cartoncino, mi accorsi che in fondo alla busta c’era una banconota di cinquanta euro nuova di zecca.
Il mio servizio così era stato onorato.
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