Il tempo lo sanno tutti, per sua natura scorre libero e per fatti suoi come il vento, al contrario di come sostengono in molti, che talvolta sia più veloce, e in altre troppo lento. In realtà il tempo scorre e basta, senza dar retta a nessuno. Va da sé, come ha sempre fatto da che Dio lo ha voluto. Per tutto il resto invece, capita che le cose cambino, inesorabili, spesso senza comprenderne le ragioni. E per me, un vecchio ebreo sulla via del tramonto, certe faccende su come vada il mondo, oramai non mi stupiscono più.
In ottanta anni suonati da un pezzo, ho assistito a mille commedie messe in scena dalla vita, mio malgrado, quasi sempre dalla poltrona più scomoda del teatro dell’esistenza umana.
In ottanta anni suonati da un pezzo, ho assistito a mille commedie messe in scena dalla vita, mio malgrado, quasi sempre dalla poltrona più scomoda del teatro dell’esistenza umana.
Giorni fa, mi è capitato di assistere ad un fatto sconcertante. Attraversavo in macchina in compagnia di un amico, la piazza di un elegante quartiere della città, improvvisamente rimasi colpito da l’inusuale gesto di un anziano, all'incirca della mia età. Ricordo che era ben vestito, distinto nel portamento, indossava un abito di sicuro taglio sartoriale, gessato, senza cravatta e con la camicia aperta forse di un bottone di troppo. Si reggeva a stento con una mano ad un albero, mentre con l’altra, nervosamente e con non poche qualche difficoltà tentava di aprirsi la patta dei pantaloni, con l’esigenza impellente di fare un bisogno. I suoi movimenti erano lenti, sul viso si poteva leggere una certa sofferenza mista ad imbarazzo e inadeguatezza per ciò che si stava accingendo a fare. Ma il suo tentativo fallì.
Da li a breve una grande macchia scura gli macchiò i pantaloni, assieme alla vergogna verso alcune persone le quali noncuranti del suo disagio, gli passavano accanto voltando lo sguardo da un'altra parte. Chiesi così al mio amico, ignaro di quel che era accaduto, di fermarsi nell’intento di scendere ed avvicinarlo e capire come aiutarlo.
L’ultima volta che vidi un uomo farsi la pipì nelle braghe, mi impressionò a tal punto da rimuoverlo completamente dalla mente. Quell’uomo era mio padre.
Da li a breve una grande macchia scura gli macchiò i pantaloni, assieme alla vergogna verso alcune persone le quali noncuranti del suo disagio, gli passavano accanto voltando lo sguardo da un'altra parte. Chiesi così al mio amico, ignaro di quel che era accaduto, di fermarsi nell’intento di scendere ed avvicinarlo e capire come aiutarlo.
L’ultima volta che vidi un uomo farsi la pipì nelle braghe, mi impressionò a tal punto da rimuoverlo completamente dalla mente. Quell’uomo era mio padre.
Accadde in una mattina di primavera del 1943, insieme ce ne stavamo tornando a casa a piedi dopo un'intera mattinata passata ai mercati generali di via Ostiense, nel tentativo di vendere qualche refuso di magazzino del negozio di stoffe che la mia famiglia possedeva da anni in via del Tritone. Quando ad un tratto, mentre mi ero soffermo qualche metro indietro per curiosare in una vetrina di dolci, due soldati tedeschi scesero al volo da una camionetta armi alla mano, lo bloccarono per un controllo e chiedergli i documenti, che per altro mio padre quella mattina non aveva portato con se. Avrò avuto circa tredici anni. Rimasi come impietrito dinanzi a quel negozio di cannoli siciliani e meringhe al cioccolato, alla vista di quei due militari armati di mitra, che gridavano all’indirizzo di mio padre cose a me del tutto incomprensibili. Sapevo bene cosa avrei dovuto fare, già da tempo, i nostri genitori, a me e ai miei fratelli, ci avevano fatto scuola su come comportarci in simili circostanze. Riuscii per un istante ad incrociare il suo sguardo, con gli occhi colmi di terrore, mi fece segno di andar via. Secondo i suoi consigli, con calma avrei dovuto voltare le spalle, girarmi e lentamente proseguire nella direzione opposta alla sua. Come difatti feci, con le gambe tremanti mi voltai, ed iniziai lentamente ad incamminarmi verso l’angolo della strada, per poi scappare di corsa a casa ad avvertire mamma dell'accaduto. Il cuore mi batteva in petto così forte da riuscire a sentirne i battiti. Ma un istante prima di voltare l’angolo, fui preso da qualcosa più grande di me, contravvenendo alle sue istruzioni, voltai la testa per rivederlo ancora un istante, fu solo allora che vidi chiaramente per la prima ed unica volta, la paura di mio padre disegnata con una grande chiazza scura nei pantaloni. Quello fu l’ultimo ricordo di mio padre in vita.
<< Alberto fermati !!!>> Gridai al mio amico, che bloccò di colpo la macchina sul marciapiede ad un passo da quell'uomo. Afferrai la maniglia della portiera, aprii lo sportello, ma nell’istante in cui avrei volevo correre in suo aiuto, le gambe inspiegabilmente mi si bloccarono avvolte dal tremore, precisamente come accadde sessant’anni prima, il cuore iniziò a palpitare velocemente, non ero più in grado di muovere un solo muscolo, rimasi così impietrito per metà fuori dalla macchina. L’uomo accortosi di ciò che intanto stava accadendo, si voltò verso di noi, mi fissò con uno sguardo dolcissimo, accennando un sorriso d’imbarazzo. Poi farfugliando qualcosa che entrambi non capimmo, si abbottonò la giacca, fece un saluto di ringraziamento e così lentamente sparì dalla nostra vista.
Lo scorrere naturale e libero del tempo lo decide soltanto Dio, è come il vento, Lui sa come, quando e perché le cose tornano, anche solo per un istante, seppure cariche di gioia e di paura.

Nessun commento:
Posta un commento